sabato 26 novembre 2016

Il tempo dell'attesa (La saga dei Cazalet), Elizabeth Jane Howard

Gli anni della leggerezza, il primo volume della Saga dei Cazalet dell’autrice inglese Elizabeth Jane Howard, fortunatamente riscoperta dalla Fazi negli ultimi anni, era nella mia wishlist per i regali dello scorso Natale. Ci pensò mia madre a regalarmelo, ma nonostante fossi curiosissima di scoprirne i contenuti, ci è voluto un bel po’ di tempo prima che mi dedicassi a leggerlo. Un po’, immagino, perché era uno dei romanzi più in voga del momento, in parte solo perché aspettavo l’ispirazione giusta. Quando questa è arrivata – se non ricordo male a Settembre – Gli anni della leggerezza l’ho divorato in pochissimo tempo, a dispetto delle sue seicento e passa pagine. Tuttavia non ne ho lasciato traccia qui sul blog, e nemmeno sul mio profilo di Anobii. Il motivo è semplice: mi era piaciuto tantissimo, sì, ma faticavo ad immaginare di spiegarne il perché in un commento che valesse la pena diffondere. Sentivo che se mi fossi cimentata nel tentativo di raccontare le mie impressioni il risultato sarebbe stato banale, superfluo, vuoto rispetto a ciò che in realtà il libro mi aveva trasmesso. Perciò ho preferito lasciar stare, ho preferito rifletterci su per conto mio, cercando di approfondire tramite qualche ricerca ed il ricordo ancora vicino dove si nascondesse la grandezza della scrittura della Howard.

Penso che ormai tutti abbiate sentito parlare dei Cazalet, tanto che non mi sento in dovere di raccontarvi qualcosa della trama; ma non posso commettere l’errore di dar per scontato che davvero ognuno di voi sappia di cosa sta parlando quando si nomina la famiglia nata dalla penna della Howard, perciò almeno una veloce spiegazione ve la devo. La saga dei Cazalet, che si articola in più volumi, racconta le vicissitudini di una famiglia inglese alto-borghese, proprietaria di una ditta di legname, a cavallo tra le due Grandi Guerre. Nel primo volume la paura che scoppi il secondo conflitto mondiale si sta spandendo rapidamente, ma si conclude con un momentaneo scampato pericolo; nel secondo volume invece siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.

 Tra i Cazalet troviamo anzitutto i capostipiti, affettuosamente soprannominati il Generale e la Duchessa, intramontabili baluardi dell’epoca vittoriana. Poi ci sono i loro tre figli maschi – Hugh, Edward e Rupert – tanto diversi tra di loro che si stenterebbe a crederne la parentela. Hugh, il maggiore, è un eroe della Prima Guerra, che gli ha lasciato in ricordo un moncherino al posto della mano sinistra e tanto ricorrenti quanto dolorose emicranie. Hugh è un uomo attento nel lavoro, riservato nella sua vita, premuroso con la moglie e affettuoso con i figli: un uomo buono. Edward è invece l’esatto opposto, è istintivo, famelico, vorace; il più affascinante dei tre, anche lui reduce dal primo conflitto dal quale però è tornato senza un graffio. Marito e padre superficiale, non si accontenta di un’unica donna né di un’unica amante: il classico uomo che non sa tenerlo nei pantaloni. Rupert, tra i tre, è probabilmente il mio preferito. Troppo giovane per arruolarsi ai tempi della Prima Guerra, appassionato di arte col sogno di fare della pittura il suo mestiere, anche se per mantenersi ha ripiegato al momento sull’insegnamento. Combattuto quindi tra la necessità di seguire la propria vocazione e quella di mantenere una famiglia, un uomo tutt’altro che rinunciatario ma capace di fare dei sacrifici. Spezzato dalla morte della sua prima adorata moglie, piegato dalla fatica di bastare a due figli tanto più bisognosi d’amore a causa della perdita materna e per di più intrappolato dalla bellezza della sua seconda moglie, innamoratissima di lui ma troppo giovane per comprenderlo. Infine c’è Rachel, l’unica figlia femmina rimasta nubile, spalla e bastone per la vecchiaia dei genitori. Rachel è fin troppo generosa, quel tipo di persona che non fa altro che aiutare anche quando avrebbe bisogno d’aiuto lei per prima. Uno spirito profondamente materno, che un po’ si dispiace a non esser sfruttato su un figlio suo. Rachel, a sua volta apparentemente tanto semplice, serba un segreto: un segreto importante, intimo e vissuto gelosamente.


Hugh è sposato con Sybil, che è un po’ la sua versione al femminile. Di Sybil, ad esser sincera, non mi ha colpita nulla in particolare, non quanto la natura del loro rapporto: Hugh e Sybil sono forse gli unici tra i coniugi Cazalet ad amarsi di un amore vero, ma nonostante questo sono incapaci di costruire un vero dialogo. Loro due pensano di conoscere l’altro alla perfezione, credono di sapere sempre cosa preferirebbe in ogni piccola situazione e per quest’eccesso di reciproca gentilezza danno luogo ad un’infinita serie di equivoci che creano – senza che nessuno lo ammetta – disagio ad entrambi (piccolo rapido esempio: Hugh non vuole il caffè ma crede che Sybil lo gradisca, così le propone di prenderne uno; neanche Sybil, in realtà, vuole un caffè ma dal momento che Hugh l’ha proposto pensa che a lui faccia piacere, quindi accetta). A qualsiasi spettatore esterno può sembrare un rapporto insensato, logorante, esasperante ma per loro funziona benissimo nonostante talvolta il “non detto” riguardi faccende un tantino più importanti delle piccole inezie quotidiane.

Edward e Villy sono senz’altro la coppia più finta tra i Cazalet e non soltanto per i continui tradimenti di lui. Villy forse non tradisce, e forse in qualche modo suo marito lo ama anche, è solo che non era una donna tagliata per il matrimonio. Nel primo volume, anche se non particolarmente simpatica, Villy è uno dei personaggi che ho trovato più interessanti. Per il matrimonio aveva lasciato la sua carriera di ballerina di danza classica con una compagnia russa, pensando che fosse una scelta saggia, giusta, normale che l’avrebbe condotta verso una vita altrettanto appagante; invece, il ruolo di moglie e madre si era rivelato per lei insufficiente, più stretto di un soffocante corpetto. Nonostante tanta personale insoddisfazione, nessuno sospetterebbe l’inquietudine di Villy, la quale appare impeccabile in ogni momento ed in ogni contesto, comportandosi sempre come tutti gli altri si aspettano; la frustrazione, poi, la sfoga buttandosi con tutta se stessa di volta in volta in una nuova attività – imparare una lingua straniera, a suonare uno strumento, una tecnica di cucito – fino al raggiungere la perfezione, per poi passare ad altro.

Il rapporto tra Rupert e Zoe, invece, è ancora giovane, giovane come lei che nella vita non si è preoccupata d’altro che della sua bellezza, incitata anche da una madre povera e sola che nello splendore estetico di quell’unica figlia adorata ha visto ogni singola possibilità di riscatto per entrambe. Rupert non è esattamente il riccone che la madre si auspicava per Zoe – e per se stessa – ma Zoe, nel momento in cui lo incontrò per la prima volta, non pensò a niente di tutto questo. Nonostante a primo impatto Zoe sembri infantile e capricciosa, ho colto in lei qualcosa di selvatico che subito l’ha fatta scattare in vetta tra i favoriti. Difficile per lei accontentarsi del tempo con Rupert, che quand’è libero deve dedicarsi anche a quei suoi due bambini orfani di madre; difficile per lei, nient’altro che tanto innamorata, non passare per bambina egoista; difficile per lei farsi accettare da un bambino nervoso e da una ragazzina che in pratica la odia. Zoe è una gatta, bella e indomita, dolce e ribelle, capace di arrampicarsi e di cadere in piedi.

Se dovessi poi soffermarmi su tutti i figli ci starei un’eternità né potrei dire molto su ognuno: non tutti i giovani Cazalet infatti compaiono molto sulla scena. I maschi, per esempio, per la maggior parte del tempo sono via per la scuola o altre attività. Quelle che hanno più spazio nella narrazione sono le tre cugine Polly, Clary e Louise, che fin dall’inizio – tra tutti – hanno attirato particolarmente la mia attenzione. Polly che non ha idea di cosa fare nella sua vita, Polly così buona, gentile e premurosa con tutti, che coi suoi soldi compra oggetti bizzarri da mettere da parte per realizzare l’unico desiderio che è sicura di avere: avere una casa tutta sua dove mettere tutte quelle cose e dove vivere serenamente con qualche gatto a tenerle compagnia. E Clary, il contrario di Polly, brusca e scontrosa ma soltanto bisognosa di affetto, in continua lotta per sentirsi accettata, col talento per la scrittura che sboccia fino a diventare un’ambizione insopprimibile. E Louise, di poco più grande di loro, abbastanza da non aver più nulla in comune nel giro di un’estate. Louise che conosce tutto Shakespeare a memoria, sicura soltanto di voler fare l’attrice; Louise che impara a sconfiggere la nostalgia di casa, Louise che non sente l’amore di sua madre, Louise che l’amore di suo padre tende ad essere di un tipo sbagliato, Louise che in valigia mette sofferenze e paure.

Ma la gamma dei personaggi non si limita neanche a chi porta il cognome Cazalet: la narrazione sbalza tra i componenti della famiglia e le persone al suo servizio, in quella fortunatissima forma ripresa nella serie tv Downton Abbey (che ora posso anche sospettare essere praticamente copiata – con qualche significativa modifica – dai libri della Howard); come dimenticare poi Miss Milliment, l’istitutrice delle ragazze, un personaggio capace, dignitoso e sofferente per cui ho avuto un debole dall’inizio; e poi Sid, l’amica di Rachel, musicista di talento, ebrea per metà, quasi parte della famiglia, legata ad una sorella che è una zavorra, impossibilitata dalle circostanze a viversi la vita per come la vorrebbe. Tanti sono i personaggi che passano per queste pagine, ospitati nella grande casa del Generale e della Duchessa nella campagna del Sussex.

Se mi fossi lanciata a scrivere un commento dopo aver letto il primo volume, avrei fatto un ritratto dei personaggi principali così come ho fatto ora e poi avrei aggiunto che il tratto più forte che mi rimaneva di questa grande famiglia era l’aura di serena falsità che aleggiava su tutti quanti. Trovavo straordinario come tutti sembrassero assolutamente ordinari, persone semplici, persone qualunque e di come invece sondandone pian piano l’intimità di ognuno emergesse una complessa unicità, di come tutti questi inglesi pacati, abitudinari, col tè in mano alle cinque in punto serbassero nel quotidiano tumulti così forti, conflitti interni ed esterni, ambizioni e rinunce: i Cazalet non parlano. Li immagino tutti seduti intorno al grande tavolo, ben vestiti, ben pettinati, col sorriso cordiale sulle labbra. Parlano di Hitler, di politica interna ed internazionale, parlano di musica, di arte, dei ragazzi, di cosa fare l’indomani. Nessuno, però, si sognerebbe di esprimere la preoccupazione per la possibilità di essere arruolato, o di sfogarsi per una gravidanza indesiderata, o della paura di essere malati, o della difficoltà di separarsi da un figlio che come gli altri deve andare a scuola lontano da casa. E’ un’attitudine che i più giovani hanno già notato, ogni qualvolta pongono una domanda e gli adulti si rifiutano di rispondere (che cos’è uno stupro? Nessuno me lo spiega! Mi hanno detto che devo averne paura, ma come faccio ad averne paura o ad evitarlo se non so neanche cosa sia?).

Ho capito quanto la saga dei Cazalet mi avesse coinvolta quando, a metà del mese in corso, di punto in bianco ho sentito un bisogno quasi fisico di tornare tra loro, al punto da fare una cosa che ormai faccio raramente (più per possibilità che altro) ovvero uscire, dirigermi a passo svelto in libreria, e sborsare i diciotto euro necessari a portarmi a casa il secondo episodio, Il tempo dell’attesa. L’attesa è quella della fine di una guerra che sembra durare da sempre e non finire mai, una guerra che mette in pausa tutto il resto, che rende difficile condurre un’esistenza normale. Non si sta combattendo in prima persona, eppure non si può neanche portare avanti i propri sogni e progetti. Gli adulti riescono anche a cavarsela, con tutte le loro cose da fare, ma crescere in quest’atmosfera di stand-by è ben più difficile: non a caso, ne Il tempo dell’attesa interi capitoli sono affidati alle voci di Polly, Louise e Clary, ormai in piena adolescenza.

Se possibile, Il tempo dell’attesa mi è piaciuto ancora di più de Gli anni della leggerezza. Sono davvero tanti gli avvenimenti che scandiscono la vita degli ancor più numerosi personaggi, tante le storie dentro le storie, tanti i cambiamenti, le evoluzioni tanto nei rapporti quanto nell’interiorità di ognuno. Ma non ha senso svelarvele, il bello sta tutto nello scoprirle pagina dopo pagina. Ma più di tutto, Il tempo dell’attesa mi ha svelato dov’è che sta la grandezza della scrittura di Jane Howard – come preferiva essere chiamata – che giustamente la sua amica e scrittrice Hilary Mantel ha paragonato a Jane Austen, per quella predilezione degli ambienti domestici e provinciali come materiale narrativo. Ecco, ad essere incredibile è la capacità della Howard di modificare il tono ed il peso delle sue parole a seconda del personaggio trattato: lei sa rendere più che credibili tanto gli uomini quanto le donne, tanto le difficoltà di una tredicenne quanto i moti interiori di una diciottenne; sa rendere reali tanto i problemi di un anziano che perde autonomia a causa degli acciacchi della vecchiaia, quanto quelli di un bambino. Sono stati proprio i paragrafi in cui protagonisti sono i bambini a farmi saltare all’occhio questo particolare: Lydia e Neville sono spassosi, leggendo i loro battibecchi e le loro serie disquisizioni è difficilissimo non farsi una risata e al contempo sono realistici. I loro dubbi non sembrano quelli di un adulto che ha tentato di farsi bambino, ma sembrano proprio quelli che potrebbe venire a porci – spiazzandoci – il settenne di turno. Questa grande capacità denota che, prima che come scrittrice, Jane Howard aveva un grande talento come osservatrice e che doveva essere molto brava a mettersi nei panni degli altri.

In quest’opera gigante che è la saga dei Cazalet la scrittrice ha messo molto di sé, del suo vissuto, della sua famiglia. In particolare, nella figura di Louise: anche la Howard, infatti, aveva intrapreso la strada della recitazione e purtroppo Villy ed Edward, i genitori di Louise, sono il ritratto dei genitori della Howard. La madre di Jane Howard aveva abbandonato la carriera da ballerina esattamente come Villy e proprio come lei era stata una madre anaffettiva e rancorosa per sua figlia; anche il padre dell’autrice, come Edward, era un reduce della Prima Guerra ed un marito fedifrago che era arrivato al punto di molestare la figlia. La vita amorosa di Jane Howard fu anch’essa tutt’altro che tranquilla, costellata di relazioni diverse, molte delle quali problematiche, ma trovo lo stesso ridicolo che una scrittrice del suo calibro fosse ricordata più per la sua “turbolenta vita sentimentale” che per la sua imponente opera letteraria.

Il tempo dell’attesa si conclude con l’attacco di Pearl Harbor. Con la paura che il conflitto non finisca più, con un membro della famiglia che chissà dov’è, con un amore che forse sta nascendo, con uno che forse è finito, con più di un dubbio e nessuna risposta.
Digerirò lentamente anche questo capitolo, poi aspetterò che mi risalga la febbre Cazalet per correre di nuovo in libreria in disperata ricerca del terzo volume. So già che non ci vorrà molto, perché non vedo l’ora di tornare a indagare tra le pieghe delle loro normalissime vite.

8 commenti:

  1. Ciao! Che bello trovare un post sui Cazalet, mi hai fatto venire ancora più voglia di leggerli. Ho i volumi, li ha letti mia mamma ed era presissima, le sono piaciuti veramente tanto, quindi ok mi avete convinta ehehe
    Io in genere non amo particolarmente le saghe quindi la mia paura è di "stufarmi", ma sembra troppo interessante quindi credo gli darò una possibilità.
    Buona giornata :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh, io invece vado matta per le saghe familiari, specie se ben scritte e collocate in un momento storico interessante come questo! Per non correre il rischio di stufarti, basta lasciar passare un po' di tempo tra un libro e l'altro ;)
      Buona lettura!

      Elimina
  2. Ciao :-) Mi sono appena iscritta è la prima volta che leggo una recensione sulla saga dei Cazalet per intero, si bhé, quando ho un libro e devo ancora leggerlo non mi metto mai a leggere o sentire quello che gli altri pensano, stavolta la curiosità è stata troppa ed ho continuato.. Complimenti per la recensione... Il prossimo anno comincerò in bellezza con il primo volume :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Che responsabilità aver scritto la prima recensione sui Cazalet che hai letto! Sono molto contenta che sia andata bene, che ti sia piaciuta :) l'hai proprio detto, se Gli anni della leggerezza sarà il primo libro del tuo 2017 lo inizierai proprio in bellezza ^^
      E' un piacere averti tra i miei lettori, ora corro a sbirciare il tuo blog!

      Elimina
  3. Ciao, hai scritto un post molto bello e approfondito e sei riuscita, penso, a sondare ed esprimere i motivi per cui questa saga piace anche a me! Fra l'altro, anch'io sono al terzo (l'ho comprato con le offerte di settembre ma ancora non l'ho letto). Non posso parlare, nel mio caso, di una vera e propria "febbre", però sono libri che appassionano e non si fanno mettere giù fino a che non si è voltata l'ultima pagina. Probabilmente è il rapidissimo avvicendarsi di personaggi ed avvenimenti, nonchè la penna pulita ma sottile "un bisturi, potremmo dire) della Howard. Leggere la tua recensione mi ha fatto tornare il desiderio di immergermi nuovamente in quelle atmosfere, grazie!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Wow, ne sono felice! Più che febbre forse mi era semplicemente venuta una forte nostalgia della storia, dell'atmosfera, dei personaggi... ma insomma era un chiaro sintomo di quanto la Howard abbia saputo coinvolgermi e farmi affezionare ai suoi Cazalet. Mi fa piacere trovarti sulla stessa lunghezza d'onda ^^ io sono curiosissima di leggere il seguito, non vedo l'ora di averlo!
      Intanto ti auguro buona lettura e attendo un tuo commento.

      Elimina
  4. Ciao, sono nuova! Bella recensione, d'ora in poi ti seguirò con molto piacere! Tornando al libro... Nel 2017 devo assolutamente trovare.il tempo di leggere questa saga! :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì sì, devi assolutamente! Sono state senz'altro tra le letture più belle di quest'anno per me.
      Grazie di esserti unita ai miei lettori, mi fa molto piacere :)

      Elimina