martedì 19 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #5: Libro Quinto

Le gesta di Diomede
«Forza, Diomede, adesso a batterti contro i Troiani,
ché t'ho ispirato nel petto quella furia paterna
intrepida, ch'ebbe Tideo cavaliere agitatore di scudo,
e ti ho tolto dagli occhi la nube, che v'era sopra,
perché tu ben conosca i numi e i mortali.
Ora dunque, se un nume venisse qui a tentarti,
in faccia agli immortali tu non osar di combattere,
agli altri. Se però la figlia di Zeus Afrodite
venisse nella battaglia, dàlle col bronzo acuto!» 

Il Libro Quinto, incentrato sulle gesta di questo soldato, Diomede, è un libro che mentre lo si legge pare più lungo degli altri, essendo così ricco di intrecci e denso di nomi e di storie; ma è anche un libro molto affascinante per tutto quello che è l'intreccio tra uomini ed immortali, i cui mondi continuano ad intrecciarsi e a volte quasi sovrapporsi. Diomede è esemplare sotto questo punto di vista: un uomo come gli altri che, ispirato dalla dea Atena, diventa una tale furia da incutere terrore persino ai numi.

Ma andiamo con ordine. La settimana scorsa eravamo rimasti in mezzo alla battaglia tra Teucri ed Achei, ed è esattamente lì che ci ritroviamo all'inizio del quinto Canto, che si apre proprio con Atena che infonde furore ed audacia a Diomede affinché fosse glorioso fra tutti gli Argivi e conquistasse nobile fama. In questi versi si riscopre ancora una volta la maestria di Omero nel raccontare i movimenti della battaglia, infatti ci vengono descritti, poco per volta, tutti i colpi che Diomede riesce a mettere a segno. In alcune scene si limita a dire in che modo le sue vittime cadevano, in che punto le sue armi laceravano la carne del nemico – la cui fine, spesso, viene segnata da una frase che rintocca come una campana a morto: l'armi sopra tuonarono, parole che chiudendo le sequenze con regolarità calcolata rendono l'atmosfera davvero tetra e lugubre.

La violenza di Diomede raggiunge un'intensità tale che non si poteva capire con chi avesse parte il Tidide (Diomede è figlio di Tideo) / se fosse coi Troiani oppure con gli Achei. La sua potenza viene paragonata a quella dei fiumi in piena, che travolgono tutto senza lasciar speranza di poterli arrestare. Le metafore utilizzate dal poeta, tutte prese dal mondo della natura e degli animali, non deludono mai e riescono sempre a costruire immagini nitide della narrazione. Nemmeno un dardo che lo colpisce alla spalla riesce a fermarlo, anzi: dopo che Atena lo ebbe prontamente rimesso in forze, egli viene paragonato ad un leone che, ferito, non è sconfitto ma solo più infuriato di prima.

Enea e Pàndaro – il più abile in assoluto con le frecce – partono assieme su un carro per tentare di fermare Diomede: uno scontro dal quale Enea non sarebbe uscito vivo, se non fosse intervenuta a salvarlo la madre Afrodite. Diomede non si ferma neanche davanti all'intervento divino: memore delle parole di Atena, che gli aveva detto di non fermarsi davanti ad Afrodite, e sapendo che ella è una dea debole e non una di quelle che dominano fra le battaglie degli uomini la inseguì tra la folla, ferendola con la sua asta acuta al polso.

Quante sorprese mi sta riservando, l'Iliade. Se finora a stupirmi sono stati gli interventi del poeta, che si è espresso usando i pronomi personali o che ha inserito una seconda invocazione delle muse nel Libro Secondo, adesso mi stupiscono i contenuti: mai avrei pensato che un umano avrebbe potuto ferire una divinità, eppure spiccò il sangue immortale della dea. Afrodite urla spaventata e lascia cadere il figlio, preso subito da Apollo che provvede a proteggerlo dal rischio di esser colpito.

Afrodite fugge disperata, trova Ares seduto a sinistra della battaglia, si accascia ai suoi piedi e lo implora di darle i suoi cavalli per raggiungere l'Olimpo. Egli glieli lascia e Afrodite, sempre più angosciata, sale sul carro accompagnata da Iri, che prende in mano le briglie. Arrivate subito all'Olimpo, Afrodite si getta alle ginocchia della madre Dione: le note mi spiegano che questo è l'unico episodio in cui Dione compare quale madre di Afrodite e che, dunque, questa genealogia potrebbe essere un'invenzione di Omero. Dione chiede alla figlia chi le abbia fatto del male e Afrodite, ancora affranta, fa il nome di Diomede, aggiungendo: «Ormai la mischia orrenda non è fra Teucri e Achei. I Danai fanno guerra anche con gl'immortali». La madre, mantenendo saggiamente la calma, le consiglia di sopportare questo dolore per quanto atroce, poiché non è certo la prima tra gli dèi a sopportare delle sofferenze causate dai mortali. A prova di tale affermazione le racconta di Ares in catene, di Era ferita ad una spalla ed altri episodi che vedevano gli immortali in difficoltà. Finito di parlare, Dione provvede a curare la figlia: le deterge il polso e guarisce i suoi dolori.
Nel mentre, Atena ed Era sembrano quelle compagne di scuola che stanno sempre appiccicate e che appena ne hanno occasione iniziano a confabulare tra loro; anche in quest'occasione non mancano di farlo e alludono sarcasticamente alla storia di Elena e Paride e allo zampino che ci mise Afrodite. Zeus se la ride e dice ad Afrodite di tornare ad occuparsi dei matrimoni e di lasciare le cose della guerra ad Ares e Atena.

Intanto sulla terra la battaglia è lungi dall'esser conclusa: Diomede, nonostante la protezione di Apollo, è tanto deciso ad uccidere Enea che per tre volte si scaglia contro lo scudo divino. Al quarto tentativo il dio gli intima di smetterla, di non credersi un pari degli dèi; solo a questo punto Diomede indietreggia, lasciando finalmente ad Apollo la possibilità di deporre Enea fuori della mischia, creando allo stesso tempo un fantasma con le fattezze di Enea, attorno al quale i soldati continuano ad azzuffarsi. A questo punto Apollo chiede ad Ares se non ha intenzione di fermare quell'uomo (Diomede) che al momento probabilmente avrebbe osato sfidare persino Zeus. Ares allora va a spingere le file troiane, esortando i figli di Priamo a non lasciarsi sconfiggere così dagli Achei. Con questa mossa, Ares si guadagna la nomina di banderuola. La battaglia prosegue, tra sfide verbali e di lancia, tra scorci di storia di personaggi e di popoli, tra gli dèi che aiutano e soccorrono i loro favoriti, corpi che cadono privi di vita e i cavalli dei troiani sconfitti che vengono condotti alle navi achee.

Gli achei, una volta che riconoscono Ares tra i troiani, non riescono a far altro che indietreggiare; ovviamente Era se ne accorge e preparando subito un carro parte assieme ad Atena alla volta della battaglia. La loro partenza viene resa incredibilmente suggestiva dalla descrizione delle porte del cielo, sorvegliate dalle Ore, ancelle dell'Olimpo e divinità delle stagioni. In procinto di varcare le porte, scorgono Zeus sulla vetta più alta dell'Olimpo ed Era gli chiede come può non adirarsi con Ares per quel che sta combinando; per tutta risposta, il re degli dèi acconsente a lanciargli contro Atena. Era «frustò i cavalli che si slanciarono ardenti / a volo tra la terra e il cielo stellato». Dopo aver spronato gli achei dando loro dei vigliacchi, Atena corre in cerca di Diomede per assicurargli di non temere più nessuno, neanche gli immortali, ché lei lo avrebbe protetto contro tutti. Appena quello riprende coraggio, salgono assieme su un carro spronando i cavalli proprio in direzione di Ares. Unendo le loro forze, Atena e Diomede feriscono Ares al ventre. Ares urla talmente forte da lasciar atterriti tutti i troiani e tutti gli achei, lasciando subito il campo in una nube nera per correre a rifugiarsi sull'Olimpo; qui anche lui si rivolge a Zeus, chiedendogli se non lo adirano le continue sofferenze che i numi s'infliggono l'un l'altro a causa dei mortali, ma Zeus non mostra alcuna compassione nei suoi confronti: «Non starmi a sedere qui e a piangere, banderuola! / Tu sei il più odioso per me, dei numi che hanno l'Olimpo (…)». Nonostante queste dure parole, Ares viene curato ed il libro quinto si chiude sul ritorno di Era ed Atena che sono riuscite a mettere fine alle stragi d'Ares funesto ai mortali.

E quindi, cosa aggiungere a tutto ciò? Nonostante il poco tempo che ho avuto quest'ultima settima da dedicare alla lettura dell'Iliade, il necessario sforzo che ho dovuto fare per fare in tempo a concludere il Libro Quinto è stato più che ricompensato: l'intensità che ha raggiunto la narrazione è notevole e credo sia impossibile, per un lettore, non trovarsi a questo punto totalmente conquistato e assorto. Gli scenari polverosi, il coraggio o la paura dei combattenti, le descrizioni della potenza di Diomede… tutto a dir poco indimenticabile. Soprattutto, ancora una volta, le vicende degli dèi, che potrebbero starsene tranquilli nella bambagia dell'Olimpo ma non sanno fare a meno di immischiarsi tra il sangue e le lance degli uomini. Ares ed Atena sono senz'altro le figure più potenti di questo libro, non solo per le capacità che di fatto possiedono, ma anche per come vengono rappresentati, con un margine di spessore in più rispetto ai loro “colleghi”.
E la curiosità non fa che aumentare.

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