mercoledì 15 novembre 2017

Cronaca di un'avventura

La settimana scorsa la mia solita Amica Lettrice mi manda un messaggio su whatsapp (sì, anche noi lettori ci siamo arresi a queste infime modalità di comunicazione, nonostante continuiamo a sostenere di preferire decisamente una ben più poetica comunicazione epistolare, fatta di carta e penna e chiusa da tanto antichi quanto misteriosi sigilli e se non la utilizziamo è solo per colpa della lentezza delle Poste Italiane) con una foto presa da Instagram (okay, qui non ho scuse) che ritrae un angolino dall'aria calda e confortevole, con una lanterna che rischiara un'ambiente scuro, un bel bicchiere da cocktail poggiato su un tavolino, una pianta verde che si arrampica su una parete. Oltre alla foto, nel messaggio la mia AL scriveva che si trattava di un nuovo locale che ha di recente aperto qui nelle lande desolate dove abitiamo, nello specifico un pub/sala da tè (con un nome stupendo, tra l'altro, ma non posso diffonderlo) nel quale ovviamente noi due dovevamo andare al più presto.

Così ieri pomeriggio l'AL è venuta a prendermi in macchina ed insieme ci siamo dirette verso la zona dove entrambe immaginavamo si trovasse il locale (nb: nessuna delle due è dotata di senso dell'orientamento). Dopo aver fatto una perlustrazione ed imboccato varie lunghe strade più o meno a casaccio, AL decide di fermarsi in un parcheggio e di soccombere alla necessità di chiedere aiuto al navigatore di google maps. Ripartiamo, ed il navigatore ci fa rifare esattamente lo stesso percorso e ci fa fermare esattamente dov'eravamo arrivate prima - il che, se non altro, ha fatto aumentare un po' la nostra autostima (della serie: qui non c'è assolutamente nulla, ma almeno eravamo arrivate nel posto giusto! :D).

Suggerisco allora di cercare il numero civico, perciò l'AL decide di parcheggiare e di fare un giro a piedi per trovare il 32. Le dico che è più saggio se va da sola, perché a causa della mia gamba malconcia sono ancora piuttosto lenta e, se non l'avessimo trovato, sarebbe stato solo uno spreco di tempo; aspetto in macchina, e quando AL torna mi dice: "Allora, lì dove ci sono quelle siepi c'è il 32A che è un cancello chiuso con il citofono, mentre quello vicino deve essere il 32 e c'è un cancello aperto. Secondo me deve essere quello, perché se no mica uno lascia aperto il cancello di casa!"

Quindi scendo, e lentamente e zoppicando arriviamo di fronte al suddetto cancello leggermente aperto. Superata la soglia, tutto ciò che vediamo è una discesa, che finisce con una casa ed una porta chiusa, il tutto immerso nel buio più totale. Subito alla nostra sinistra invece c'è un cancelletto chiuso solo da un gancio, che si apre su un giardino che porta ad un'altra casa dove c'è l'unica finestra illuminata. Wtf, dico io. Proviamo a chiamare il numero del locale trovato online, ma risponde la voce registrata di Vodafone. Fossi stata da sola, di fronte a questo enigma mi sarei arresa e optato per un tè in un locale meno misterioso, ma per fortuna l'AL è dotata di ben più audacia: ha aperto il cancelletto sulla sinistra ed è andata a bussare alla finestra illuminata, dicendo che "Male che va mi prendono per pazza e mi mandano via", mentre io invece mi chiedevo se fosse già scattata l'ora in cui è consentito sparare ad un invasore della proprietà privata; mentre lei tornava indietro - incolume, ma senza alcuna risposta - in fondo alla discesa buia si accende una luce e dalla porta esce una figura maschile: ecco, penso io, questo abita qui e stiamo per fare la più grande figura di cacca di sempre! Vedendo che il figuro si avvicina, riesco a balbettare: "Buonasera... ehm... è questo il pub?" Sì, risponde lui, con mio grande stupore e sollievo.

Alla luce il figuro si rivela un ragazzo poco più grande di noi, sorridente, molto gentile ed educato. Ci presentiamo vicendevolmente con una stretta di mano, ci chiede come abbiamo scoperto il suo segretissimo locale e ci conduce all'interno: da questo momento in poi tutto è stupore e meraviglia.

Midnight In Paris

Mi sono sentita un attimo come Owen Wilson nel film di Woody Allen, Midnight in Paris, dove ad ogni mezzanotte salendo su una macchina viene trasportato negli anni Venti, dove si trova nei salotti e nei locali frequentati dai più grandi artisti ed intellettuali dell'epoca; oppure in un salottino de Il Grande Gatsby; o in una scena di Downton Abbey; o in un capitolo della saga dei Cazalet: insomma, avete capito, siamo entrate e siamo finite negli anni Venti.

Non so descrivervi a parole la bellezza di questo posto. Da fuori non si vede assolutamente nulla, perché le finestre sono oscurate da tende completamente tirate giù, l'ingresso è protetto da una doppia porta. Il mondo esterno non può interferire, varcare la soglia significa entrare in una dimensione intima e privata, fare un salto in un passato che nei film e nei libri ci fa sognare. L'interno è come quello di un appartamento, arredato esclusivamente con divani, poltrone e tavolini d'epoca, con lampade che emanano una luce soffusa. Le pareti rivestite con una carta da parati particolare ed elegante, in giro vecchi bauli da viaggio, grammofoni, un grande camino ed un bel pianoforte. Nella stanza principale si trova il banco del bar, con la parete dietro - illuminata ad arte - riempita con bottiglie di whisky, gin e quant'altro.

Io e l'AL, dopo i doverosi complimenti per il posto e dopo esserci parzialmente riprese dallo shock, ci sediamo ed ordiniamo un tè; il ragazzo ci porta - su un vassoio d'argento - una serie di antiche scatole di latta, con dentro tè in foglie che ci lascia annusare uno ad uno per scegliere, spiegandoci caratteristiche e provenienza di ogni tè (questo viene dall'Africa, questo dall'India...). Quando ci porta ciò che abbiamo ordinato, rimaniamo di nuovo senza parole per come nessun dettaglio sia lasciato al caso: persino gli infusori sono d'epoca, a forma di tazzina e poggiate su un minuscolo piattino, sul quale riappoggiarle una volta tolte dalla tazza. Il miele era in una bottiglia dalla forma particolare col tappo di sughero, tazze e teiera di ceramica bianca... 

Io e la mia Amica Lettrice
C'eravamo solo noi. Le nostre chiacchiere erano accompagnate da musica d'altri tempi che riempiva il sottofondo. E' stato automatico pensare ad Hemingway, F. S. Fitzgerald e tutti gli altri, immaginare di essere lì con una macchina da scrivere o un taccuino, o di andarci per frequentare grandi pensatori e appassionati di cultura. L'atmosfera degli anni Venti è tanto fedelmente ricostruita che sembrava inappropriato il nostro abbigliamento, fuori luogo tirar fuori un cellulare per guardare l'ora (dov'è il mio orologio con la catenina?!).

Mi aspettavo quanto meno un mezzo salasso nei prezzi, invece sono persino più bassi che in molti altri posti. Persino la tessera per diventare soci è costata solamente due euro, che abbiamo dato più che volentieri dato ciò che hanno realizzato. 

Il proprietario - di una cortesia e discrezione squisite - ci ha invitate a tornare quando vogliamo.
Per quanto mi riguarda, ci andrei anche tutti i giorni, in compagnia o anche da sola, portandomi penna e moleskine o un buon libro. Finalmente un luogo fisico che permette di essere altrove, fuori da questo posto e fuori dal nostro tempo. Penso proprio che questo locale piacerebbe tantissimo ad ogni lettore.

domenica 12 novembre 2017

Lasciarsi andare

Sono una di quelle persone che vedono sempre tutte e due le facce della medaglia. Una di quelle persone per cui tra il bianco ed il nero passano un milione di sfumature di grigio (altro che cinquanta). Lasciarsi andare è una di quelle espressioni che ben si presta ad una doppia interpretazione, un'espressione il cui significato viene disambiguato soltanto dal contesto.
Lasciarsi andare, versione buona: liberarsi di qualche freno inibitorio di troppo, aprirsi ad una persona o ad una situazione nuova, tirar fuori qualcosa in più di se stessi.
Lasciarsi andare, versione negativa: non prendersi cura di sé, trascurare i propri bisogni e/o doveri, perdere di vista gli obiettivi, lasciarsi scivolare le giornate e le occasioni.

Indovinate un po' in quale modo mi lascio andare, io.

Come ben sa chi mi ha seguito nei mesi di attività del blog, è capitato più di una volta che mi prendessi delle più o meno lunghe pause. Alcune volte obbligate, altre necessarie, mai del tutto volute. Ogni volta che torno, aprire la pagina e trovare lo spazio bianco da riempire è al tempo stesso una boccata d'aria fresca ed uno shock: mi ricorderò ancora come si fa? Avrò davvero qualcosa da dire? Ci sarà ancora qualcuno interessato a leggere ciò che scrivo?

Ed ecco che devo fare lo sforzo di lasciarmi andare in quell'altro modo, quello positivo.

Alla fine dell'anno ormai manca poco, un anno che sembra volato via ed in cui per quanto mi riguarda sembra non esser successo assolutamente niente, se non la gamba fratturata ed annessa operazione chirurgica. E' vero, ho preso delle decisioni e fatto dei progetti, tutte cose che però devono ancora vedere la realizzazione. La cosa forse che mi rattrista di più è l'aver letto pochissimo: se mi guardo indietro sono più i mesi di blocco, trascorsi senza leggere neanche una pagina, rispetto a quelli in cui la lettura è stata - come sempre vorrei che fosse - regolare abitudine.

Qualche giorno fa mi sono sentita davvero seccata per questo.
Leggere porta a scrivere, scrivere porta a leggere.
Non svolgere nessuna di queste attività è deleterio, soprattutto per me che soltanto per mezzo di queste cose sento di sapermi esprimere veramente, di trovare un'identità definita e un senso di soddisfazione. 

La lettura stimola pensieri, riflessioni, idee. Mi dà argomenti di cui parlare. Mi permette di lavorare ad un blog, di interagire con un sacco di persone interessanti. Sono stufa di lasciarmi andare a passatempi meno impegnativi, con la scusa che in quel momento non ho la testa per la giusta concentrazione. 

So di non esser molto degna di fiducia, ma spero tanto che le persone con cui ero solita scambiare commenti ed opinioni saranno ancora presenti ed attive. Mi scuso per l'ennesima assenza. Ogni volta che torno, lo faccio con le migliori intenzioni. 

Fuori piove.
Che leggete di bello in questi pomeriggi autunnali?

lunedì 4 settembre 2017

Atypical (Netflix)

Sam è un ragazzo affetto da autismo ad alto funzionamento, vale a dire che le sue difficoltà dovute a tale condizione neurologica sono molto meno gravi rispetto a quelle che caratterizzano altri livelli del cosiddetto spettro autistico; in parole più semplici, se incontraste Sam potreste al massimo pensare che è un tipo un po' bizzarro. Parla in continuazione degli animali dell'Antartica, ad esempio, un ambiente ed un argomento che lo appassiona come nient'altro e che sembra comprendere con molta più semplicità ed immediatezza rispetto alle complicate dinamiche che regolano la società degli uomini. Ha delle abitudini particolari, come indossare grandi cuffie che consentono l'isolamento acustico in luoghi troppo affollati, dove la musica o il rumore sono troppo alti, oppure può avere reazioni inaspettate - e difficilmente comprensibili per chi non conosce i suoi problemi - di fronte a situazioni che lo mettono fortemente sotto stress. Prima di tutto questo, però, Sam è un ragazzo di diciotto anni che non ha mai avuto una relazione sentimentale e decide di volere una ragazza anche se non ha idea di dove cominciare per realizzare questo obiettivo. E se trovare un partner - soprattutto quando si è alle prime esperienze in queste faccende! - è complicato per chiunque, figuriamoci quanto possa esserlo per qualcuno che, come Sam, interpreta qualsiasi cosa alla lettera e che dunque non sa leggere tra le righe né interpretare i doppi sensi, le metafore, il linguaggio delle espressioni o del corpo che tanta parte hanno nella fase del corteggiamento; per qualcuno che, come Sam, ha vitale bisogno di schemi, regole e confini entro i quali muoversi, qualcuno che fa fatica a seguire i sentimenti e che per comprendere la realtà che lo circonda ha bisogno di razionalizzare ciò che vive, ad esempio con una bella lista di pro e di contro. Purtroppo però innamorarsi e/o trovare una ragazza non sono questioni che possano essere risolte seguendo un semplice schema: le relazioni sentimentali sono un po' più complesse di così ed anche Sam, tra un successo ed un fallimento, arriverà a comprenderlo.


Sam tenta di affascinare una donzella col sorriso
Il personaggio di Sam, splendidamente interpretato da Keir Gilchrist - già comparso in molte altre serie tv di successo - è stato raccontato veramente bene: ispira dolcezza, tanta simpatia e strappa spesso una risata col suo modo atipico di interpretare la realtà che lo circonda. Mi ha trasportata nel suo mondo e già dalla prima puntata sentivo di capirlo. Sam è un personaggio che non può non conquistare i fan di Sheldon Cooper (The Big Bang Theory), ma non pensiate che ne sia un'imitazione perché, come Sheldon, anche Sam è unico nel suo genere. 

Atypical poi non si regge certo solamente sul protagonista, che è circondato da personaggi a loro volta ben caratterizzati e raccontati a fondo, di cui psicologia ed emotività sono stati costruiti e sviluppati con una cura degna di nota, soprattutto se pensiamo che questa prima stagione è composta solamente da otto episodi di mezz'ora ciascuno.


Sam con il fido Zahid
Oltre a frequentare le superiori, Sam ha un lavoro part-time da Techtropolis, un grande negozio di tecnologia tipo Mediaworld o Euronics, che gli ha permesso di conoscere il collega Zahid, che potremmo definire il migliore amico di Sam. Zahid, non si sa bene come o perché, sembra avere un certo successo con le ragazze, è il classico esperto in faccende di cuore e di letto, che prenderà molto a cuore la missione di aiutare Sam a trovare una ragazza, non tirandosi mai indietro dal dispensare degli ottimi (dal suo punto di vista) consigli. Zahid è un personaggio spassoso, leggero, scanzonato, uno che proprio non si fa problemi né paranoie. Crede tantissimo nelle proprie potenzialità da donnaiolo e forse è proprio per questo che, nonostante abbia delle idee pessime su come approcciare una ragazza ed il suo dubbio gusto nel vestire, in qualche modo ci riesce davvero. Oltretutto, Zahid è un buono ed è anche grazie a lui se Sam può fare esperienze divertenti che varrà la pena ricordare.


Julia Sasaki *-*
Poi abbiamo Julia Sasaki, la terapeuta che segue Sam, interpretata da Amy Okuda (attrice che non avevo mai visto prima ma di cui mi sono subito innamorata, può tranquillamente inserirsi nella lista delle girl crush). E' un personaggio che ho adorato sin da subito, innanzi tutto per il modo in cui sa sempre spronare Sam a vivere una vita il più normale possibile senza lasciare che le sue difficoltà diventino un limite a tutte le esperienze, belle o brutte, che come ogni altra persona ha il diritto ed il bisogno di vivere; limiti che poi, spesso, sono gli altri ad importi quando sanno che hai un problema: per troppo amore e pensando di proteggerti i familiari possono diventare coloro che invece per primi ti frenano dal buttarti in cose che sapresti benissimo gestire, e per fortuna allora che Sam interagisce con una persona come Julia, che di fronte ad un ostacolo lo aiuta semplicemente a trovare il modo a lui più consono per superarlo. Pur essendo bravissima nel suo lavoro, Julia è anche una ragazza di ventisette anni coi suoi problemi personali da gestire e nel corso delle puntate entriamo più spesso nella sua bellissima casa e nei suoi casini. Mi è piaciuta moltissimo anche per come si sviluppa il suo personaggio: all'inizio sembra una professionista, la tipica ragazza perfetta che non sbaglia un colpo così come non ha mai un capello fuori posto e poi, invece, esce fuori tutta la sua imperfetta umanità. Julia commette un errore gravissimo, ma se ne rende conto e spero vivamente che venga perdonata dalle persone che ha ferito. Non vedo l'ora di vedere come proseguirà la sua storia.


Tanti feels per Page ç_ç
Page è uno dei personaggi più irritanti ed adorabili che io abbia mai incontrato: è irritante perché non sta mai un attimo ferma e zitta, se l'avessi intorno nella vita reale dopo un po' l'appiccicherei al muro (Sam si limita a chiuderla in un armadio, lol), però è di una dolcezza, bontà e premura sconfinate. Si tratta di una compagna di scuola di Sam e di una ragazza a cui Sam piace veramente. Non senza qualche difficoltà, i due si avvicinano ed avranno in qualche modo una relazione. Page è stramba quanto Sam e non si fa troppi problemi a stare alle regole di lui, seguire i suoi ritmi, rispettare i suoi confini man mano che impara a conoscerli. Però è pur sempre una giovane ragazza innamorata e se Sam, pur senza volerlo, la ferisce tutta la sua pazienza va giustamente a farsi benedire e gli regala le sfuriate che si merita. Pensandoci bene è proprio questa la cosa più bella di lei, ovvero che non vede e non tratta Sam come un ragazzo diverso, per lei è Sam e basta, le piace così com'è e tutte le sue stramberie son soltanto aspetti che caratterizzano la sua personalità. E' la persona più giusta che potesse incontrare, e chissà come si evolverà il loro rapporto.

Veniamo poi alla famiglia di Sam, la famiglia Gardner:


Sam con mamma Elsa e papà Doug
Doug, il papà, è il poliziotto buono della situazione. Fa l'infermiere sull'ambulanza, ha i capelli rossicci, è grande e grosso con la faccia da bonaccione ed è un personaggio di una tenerezza spappola-cuore. Perché è un uomo, un padre, che sognava di giocare a football col suo figlio maschio, di guardare insieme le partite e condividere le cose da padre e figlio; invece gli è capitato Sam, che non sorrideva mai, parlava di cose a lui incomprensibili e rifuggiva il contatto fisico: Doug non è mai riuscito veramente ad interagire con suo figlio, anche a causa dell'ingombrante presenza di sua moglie, una madre troppo protettiva che si è sempre occupata di tutto, specialmente di Sam, lasciando ben poco spazio al marito. Nel corso della serie si scopre che Elsa ha avuto i suoi buoni motivi per far questo, perché Doug, quando i bambini erano ancora piccoli, ha fatto un bruttissimo errore di cui lui tuttora si pente e si dispiace, ma era un errore dettato soltanto dalla paura di non essere all'altezza, di non poter mai essere un bravo padre per quel bambino particolare. A suo modo però Doug ci ha sempre provato, ad esempio quando per il suo nono compleanno ha costruito a Sam un igloo, dato che era quella la cosa che più desiderava al mondo. Nel corso delle puntate, vediamo come Sam improvvisamente si avvicina sempre di più a suo padre. Ha bisogno di consigli sull'amore e sulle donne e son cose per cui gli serve l'esperienza di un uomo, non certo di sua madre. Doug si sorprende di come Sam adesso lo cerchi, ma ne è più felice che mai e si rivela inaspettatamente molto bravo. Credo sia impossibile non voler bene a Doug.

Elsa Gardner >_>
Poi c'è lei, la madre-chioccia-rompipalle, Elsa, che per me è il personaggio più complicato da trattare perché da una parte la comprendo e dall'altra non la posso proprio vedere. Prima di venire alle questioni più profonde, diciamo che non è simpaticissima, ecco. Sempre accigliata pure quando ride, troppo presente dove non necessario e troppo poco presente quando invece avrebbe dovuto esserci.
Come vi dicevo, Doug l'ha ferita profondamente in passato perciò comprendo il suo atteggiamento protettivo nei confronti dei figli (soprattutto Sam) ed il modo di gestire le cose come se la casa e la famiglia si reggessero solo su di lei; d'altra parte però non mi piace per niente il suo comportamento come madre: è l'unica che vede Sam prima come ragazzo autistico che come persona, è l'unica che con la sua mania di protezione tenta di bloccarlo dalle cose normali che lui invece vuole provare a fare. Addirittura le dà fastidio la terapeuta, Julia, che secondo lei spinge troppo Sam in direzioni sbagliate. Frequenta un gruppo di sostegno per genitori con figli autistici che, sebbene sia una bella cosa confrontarsi con persone che vivono situazioni simili e difficili, sembrano supervisionate da un'emerita cretina che sta più attenta al modo in cui si dicono le cose piuttosto che ai contenuti (povero Doug, capisco perché non voglia andarci). Di tutta la troppa attenzione che riversa su Sam, invece, non ne dà un briciolo alla sua figlia femmina (ne parlerò tra poco) che infatti ha un bellissimo rapporto col padre e piuttosto turbolento e problematico con lei; un disequilibrio che appare, soprattutto in certe circostanze, molto ingiusto. Elsa è il tipo di madre che si è incastrata troppo in questo ruolo, dimenticandosi di essere anche una compagna di vita per suo marito e prima ancora una donna: nel momento in cui si accorge che Sam, fulcro delle sue giornate, sta diventando più indipendente ed ha sempre meno bisogno di lei, va in crisi e [spoilero] come risolve questa crisi? Andando a letto con un giovane bel barista, ovviamente! Anche qui, da una parte comprendo il suo bisogno di evasione, il modo in cui una relazione spensierata e piccante con un bell'uomo possa essere liberatoria e ricordarle il suo essere viva, il suo essere donna ma giustificarla o perdonarla è impossibile, perché lei fa questo mentre suo marito invece si sta impegnando tantissimo per fare del suo meglio sotto tutti i punti di vista. [Fine spoil] Il finale di stagione è tesissimo, quando arriva la seconda?

Casey & Evan *-*
Ho lasciato lei, la sorella minore di Sam, appositamente per ultima, perché Casey è stata la mia preferita dalla prima puntata! Casey è un personaggio esplosivo, tostissima. Una campionessa nella corsa, stella della squadra della scuola, un vero peperino, brillante e vivace e con uno sguardo in cui si legge tutta la sua determinazione. Casey picchia spesso Sam, ma non permetterebbe mai a nessuno di torcergli un capello. In qualche modo la sua vita è stata condizionata dal fratello, perché per tutti è sempre stato meglio se, ad esempio, frequentavano la stessa scuola, così che lei potesse essere nei paraggi in caso accadesse qualcosa. Nel momento in cui viene selezionata tra i candidati per una borsa di studio in una scuola prestigiosa, grazie al suo talento sportivo, la situazione viene a galla ed è tempo di compiere ardue scelte. Inoltre Sam è probabilmente venuto prima in qualsiasi circostanza e Casey è a tutti gli effetti la sua "sorella maggiore", nonostante sia più piccola di età. Nonostante tutto questo, Casey sembra non provare il minimo risentimento nei confronti del fratello, al quale anzi si percepisce quanto voglia bene. L'unica con cui proprio non si prende è la madre, e proprio nel momento in cui poteva esserci un avvicinamento tra loro per questioni da donna a donna Elsa rovina di nuovo tutto.
Al fianco di Casey, arriva presto (e per circostanze divertentissime) Evan, che nella sua semplicità è praticamente perfetto. Guardate la puntata in cui sono tutti insieme a cena e si discute della borsa di studio di Casey e ditemi se Evan non è un amore. Inoltre mi piacciono troppo come coppia, son due ragazzi pieni di personalità che non si danno il minimo tono, semplici nel modo di porsi e di apparire, genuini e simpatici. Li adoro.

Ho iniziato questa serie perché semplicemente mi ispirava la copertina appena parsa su Netflix, nella trama non c'era neanche scritto nulla sulla particolarità del protagonista, perciò ho fatto partire il primo episodio a cuor leggero senza scommetterci un centesimo. Pensavo che al massimo poteva essere una comedy leggera, divertente e senza pretese; invece ho scoperto un piccolo gioiellino, scritto ed interpretato divinamente che mi ha intrattenuta, facendomi ridere un sacco e più di una volta mi ha anche fatto venire gli occhi lucidi. I personaggi sono stupendi, le loro storie coinvolgenti. Non sempre la psicologia dei personaggi nelle serie tv è così ben approfondita, e questo mi ha piacevolmente stupita. Insomma se dopo tutto ciò non vi ho convinto a vederla non saprei cos'altro aggiungere, mi sento soltanto di consigliarvi veramente a guardare almeno il primo episodio, e vedrete da voi se saprete resistere dal continuarla! 

Avete già guardato Atypical? La guarderete? Fatemi sapere nei commenti!


venerdì 1 settembre 2017

Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien

« In un buco sotto terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo. »

E' così, con uno degli incipit più belli che mi sono trovata a leggere aprendo un libro, che ha inizio Lo Hobbit di John Ronald Reuel Tolkien (titolo originale: The Hobbit or There and Back Again). Lo Hobbit è la cronaca di un'avventura pazzesca, un'avventura in cui suo malgrado viene coinvolto il signor Bilbo Baggins, personaggio principale della storia. Bilbo Baggins è uno hobbit, per l'appunto, e gli hobbit non amano le avventure: amano piuttosto la comodità, bere e mangiare bene, starsene tranquilli e pacifici tra le loro colline e distese erbose - ecco che cosa amano, gli hobbit, e Bilbo Baggins non faceva certo eccezione. Se non che - almeno così si diceva - un qualche suo antenato aveva preso per moglie una fata ed era da lì che veniva quel pizzico di scelleratezza che di tanto in tanto spingeva un rispettabile Baggins a partire. Cosa che comunque a Bilbo non sarebbe mai venuta in mente, se un giorno non si fosse trovato fuori casa Gandalf lo stregone:
"Buon giorno!" disse Bilbo; e lo pensava davvero. Il sole brillava e l'erba era verdissima. Ma Gandalf lo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancor più sporgenti della tesa del suo cappello.
"Cosa vuoi dire?" disse. "Mi auguri un buon giorno, o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no? O che quest'oggi ti senti buono, o che è un giorno in cui si deve essere buoni?"
"Queste quattro cose insieme," disse Bilbo. "E' per di più un bellissimo giorno per una pipata all'aperto. Se avete una pipa con voi, sedetevi e prendete un po' del mio tabacco! Non c'è fretta: abbiamo tutto il giorno davanti a noi!" E Bilbo si sedette su un sedile accanto alla porta, incrociò le gambe e fece un bell'anello di fumo grigio che si levò in aria senza rompersi e si diresse sopra la Collina.
"Che bello!" disse Gandalf. "Ma stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura che sto organizzando, ed è molto difficile trovarlo."
Dopo un vivace scambio di battute, Bilbo rientra in casa un po' contrariato, e quella sera stessa si ritrova il suo bel buco-hobbit invaso da ben tredici nani (più Gandalf) coi quali, già il mattino successivo, si ritrova in marcia verso la Montagna Solitaria, presidiata dal terribile drago Smaug, che molti anni addietro - portando morte, desolazione e dolore - si era impossessato con violenza della Montagna e del tesoro appartenenti ai nani. Guidati da Thorin Scudodiquercia, figlio di Thràin figlio di Thròr, i nani vogliono riconquistare il tesoro e tornare all'antico splendore. Il coinvolgimento di Bilbo è tutta colpa di Gandalf, che lo sceglie come quattordicesimo membro della compagnia in qualità di scassinatore, ma come si vedrà durante il lungo percorso Gandalf non lascia proprio nulla al caso e la scelta di Bilbo ha ragioni che vanno ben al di là del semplice ruolo per il quale era stato convocato (anche se, pure le sue abilità di scassinatore, si riveleranno fondamentali ben più di una volta). L'avventura di Thorin, Bilbo e compagni durerà un anno intero e li vedrà affrontare troll, orchi, lupi mannari, ragni giganti; si perderanno nel folto e nelle tenebre di Boscotetro, verranno fatti prigionieri dagli Elfi Silvani, avranno problemi con gli Uomini del Lago, si troveranno spesso senza provviste e senza cavalcature (i pony fanno sempre una brutta fine, poveri ç_ç). Bilbo rimpiangerà spessissimo il suo confortevole buco-hobbit, ma quando infine vi farà ritorno avrà portato con sé - oltre alla giusta ricompensa - la più incredibile delle avventure da raccontare per tutti i giorni a venire.

prima edizione, 1937
Pubblicato per la prima volta nel settembre del 1937, Tolkien aveva in realtà iniziato la stesura de Lo Hobbit già nei primi anni Venti, con una folgorante ispirazione che lo colpì un pomeriggio mentre correggeva i compiti dei suoi studenti: le prime righe de Lo Hobbit furono scritte su una pagina lasciata in bianco da uno studente, che forse quella volta a non studiare aveva fatto la miglior cosa della sua vita (scherzo, dai). Tolkien tornò più e più volte sul manoscritto, modificando sia nomi che interi episodi; uno su tutti, emblematico della lunga riflessione che Tolkien portò avanti scrivendo questa storia, riguarda l'acquisizione dell'Anello da parte di Bilbo: in una prima versione infatti egli lo vince come premio nella sfida ad indovinelli contro Gollum, mentre nella versione che leggiamo nel libro Bilbo se ne impadronisce per vie che praticamente rappresentano un furto. Nelle opere successive, Gandalf attribuirà le due diverse versioni a Bilbo, che l'avrebbe raccontata prima in un modo e poi nell'altro. La questione si fa quindi interessante.
Tolkien aveva pensato a Lo Hobbit come ad una fiaba per bambini, di qui lo stile colloquiale e semplice dell'opera, il lieto fine che quasi sempre segue alle sfide affrontate dai protagonisti e le frequenti incursioni del narratore, che talvolta interviene con spiegazioni, commenti oppure esortando il lettore a leggere oltre per scoprire come andrà a finire l'episodio che si sta narrando o cui si è accennato.
Fun fact: la casa editrice che per prima pubblicò The Hobbit fu la Allen & Unwin, ed il primo editore e recensore fu un bambino di dieci anni, Rayner Unwin, figlio di Stanley Unwin. Secondo quest'ultimo, non c'era miglior recensore di un'opera per bambini di un bambino e pagava suo figlio uno scellino per recensione. Il commento di Rayner a The Hobbit fu all'incirca questo:
Bilbo Baggins era un Hobbit che viveva in una caverna Hobbit e non aveva mai avventure, un giorno lo stregone Gandalf lo persuade a partire. Ha delle eccitanti avventure con orchi e mannari. Alla fine arrivano alla Montagna Solitaria; Smaug, il drago che vi abita è ucciso e dopo una terrificante battaglia ritorna a casa - ricco!!
Questo libro con l'aiuto di mappe, non richiede nessuna illustrazione è buono e può interessare bambini dai 5 ai 9 anni.
 Furono in molti a concordare col piccolo Rayner, e probabilmente non soltanto i suoi coetanei, perché le prime 1500 copie di The Hobbit, con illustrazioni in bianco e nero dell'autore, erano esaurite già tre mesi dopo.
Lo Hobbit ha saputo coinvolgere lettori di tutte le età ed ha destato l'interesse di studiosi e di critici di tutto il mondo. Con Bilbo Baggins Tolkien dava origine ad una specie mai vista né sentita prima, gli hobbit, e se è vero come alcuni hanno sostenuto che Bilbo somigli sotto molti punti di vista all'autore stesso, fare la sua conoscenza diventa ulteriormente interessante. Inoltre, nella semplicità di questa fiaba, non mancano riferimenti importanti: i nomi dei nani, ad esempio - Balin, Dwalin, Fili, Kili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur e Bombur - sono tutti ripresi dall'Edda di Snorri Sturluson, così come da essa Tolkien ha tratto l'idea stessa dell'Anello. L'Edda è un testo che risale al 1220, nel quale Snorri - uno storico islandese - raccolse moltissime storie della mitologia norrena e rappresenta il più antico, ricco, interessante reperto della filologia germanica, in quanto Snorri Sturluson vi raccolse anche preziose nozioni di poetica norrena. Non serve certo sottolineare, quindi, quanto fascino acquistino - data la loro origine - anche i semplici buffi nomi dei tredici nani.

Come vi ho raccontato ogni volta che ce n'è stata occasione, non sono mai riuscita ad entrare veramente in sintonia con il fantasy, in qualsiasi forma esso fosse proposto; nonostante questo avevo già deciso che prima o poi mi sarei avvicinata a Tolkien, perché si tratta di un autore talmente importante che non sarei stata in pace ad ignorarlo per partito preso. Da amante dei grandi classici, non mi sarei perdonata una simile lacuna senza averci neanche provato. Chissà quando sarebbe avvenuto questo tentativo, però, se non mi fosse capitato tempo fa di vedere la trilogia che, da questo libro, è riuscito a trarre Peter Jackson. Lungi da me ora parlare dei film o fare paragoni (son due cose diverse, che vanno giudicate a sé, e qui voglio concentrarmi sul libro), dico solo che i film mi sono piaciuti tantissimo ed è stata la prima volta che un fantasy mi coinvolgeva così tanto. Grazie a questa circostanza, ho confermato ciò che già sospettavo: la mia difficoltà col fantasy dipende dal fatto che non sono dotata di quel tipo di fantasia che ti permette di immaginare cose, luoghi e creature che i tuoi occhi non potranno per forza di cose mai vedere; mentre mi descrivi un troll io non sono capace di visualizzarlo nella testa, e quindi mi annoio (ora compatitemi se volete, sigh). In questo senso i film di Peter Jackson si son rivelati per me estremamente preziosi, perché mi ha aiutata ad avere un'immagine del mondo tolkeniano ed in tal modo, quando ho cominciato a leggere, son riuscita a lasciarmi trasportare dalla penna di Tolkien. Lo Hobbit si è rivelata una lettura incredibilmente scorrevole. Che sia un'opera pensata per un lettore giovane si sente dal tono, tuttavia penso che nessun adulto potrebbe restare indifferente davanti ad un libro come questo. Empatizzare con Bilbo, che è pur sempre il personaggio principale, è fin troppo facile: immaginate un po' voi di trovarvi la casa invasa da un momento all'altro di personaggi sconosciuti e bizzarri, che mangiano il vostro cibo e bevono il vostro vino, e di trovarvi coinvolti in una faccenda che tutto sommato non vi riguarda eppure vi affascina e vi incuriosisce, una faccenda che - sì - vi strapperebbe dall'agio della vostra poltrona ma vi porterebbero anche via da una sequenza di giorni che, per quando placidi piacevoli e tranquilli, son pur sempre tutti uguali. Partire rappresenta per Bilbo non soltanto l'occasione di vivere l'esperienza più incredibile della sua vita, ma anche di scoprire lui per primo le proprie qualità (e non è, tutto questo, proprio ciò cui ci mette di fronte la possibilità di intraprendere un viaggio?): l'astuzia e l'intelligenza, il coraggio e la nobiltà; e non soltanto, in fondo, le qualità positive, poiché il suo comportamento dal momento in cui si impadronisce dell'Anello non è esente da connotati ambigui.

Illustrazione di Alan Lee
Il capitolo che racconta l'incontro tra Bilbo e Gollum è probabilmente il mio preferito. Il modo in cui Tolkien riesce a descrivere ogni elemento di questa importante e cruciale - cruciale anche per le opere successive dell'autore - porzione di storia è a mio avviso senza pari, a partire dall'andamento ritmico in totale crescendo. L'alternarsi delle emozioni dei due personaggi, con Bilbo che passa dalla paura iniziale all'adrenalina quando inizia a credere di averla scampata, senza tralasciare un momento di comprensione e compassione per quella sciagurata creatura prima di abbandonarla al suo destino; e Gollum che si avvicina con curiosità e che quasi è felice di incontrare e parlare con qualcuno e che in modo incalzante attraversa confusione, sospetto, rabbia e sofferenza in un escalation vorticosa. Gollum mi ha colpita moltissimo, quest'essere dall'aspetto rivoltante che non esce mai dalla sua grotta umida, che parla con se stesso - unica compagnia - che vive per l'Anello - unico tesssoro - e che però ha pur sempre un passato alle spalle. Pochi brevi accenni, una nonna, la vita sulla terra, in superficie... Gollum fa fatica a ricordare le cose che stanno lassù, Bilbo lo costringe a pensarci intensamente per rispondere ai suoi indovinelli ed a lui quello sforzo - oltre a mettergli fame - lo fa soffrire, lo fa soffrire ricordare, cose che evidentemente ha perso e che probabilmente amava. Come non desiderare saperne di più, e come non sentirsi perfettamente in sintonia con Bilbo, che assieme alla paura ed al disgusto guardandolo per gli ultimi istanti prova anche tanta malinconia?

Un altro capitolo che personalmente mi ha coinvolta di più, è quello in cui Gandalf, Bilbo e i nani si recano da Beorn, un gigante che talvolta si trasforma in Orso, un personaggio fondamentalmente buono che però va preso "con le pinze", come si suol dire. E' divertente il modo in cui Gandalf gestisce la complessa impresa di far venire in cerca di aiuto e di ristoro ben quindici soggetti, senza destare l'ira o il fastidio del suscettibile Beorn; mi è piaciuto molto questo strano soggetto, che parla con gli animali e con i quali ha un rapporto di totale rispetto, condivisione e reciproco aiuto. 

Beorn e Gandalf, illustrazione di Alan Lee

Sicuramente interessante e degno di nota è anche il comportamento di Thorin Scudodiquercia, il quale non appena si ritrova a contatto col suo tesoro perduto perde ogni barlume della ragionevolezza e della nobiltà d'animo che si presumeva lo caratterizzassero. Thorin commette gravi errori, e per questo viene punito; Tolkien gli dà però almeno la possibilità di riconoscere i propri peccati e di congedarsi da Bilbo in pace ed amicizia.

Se c'è una parte che mi ha coinvolta meno, ammetto che il mio interesse è un po' calato dal momento in cui i nani e Bilbo mettono piede nel Boscotetro e fin quando non arrivano alla Montagna Solitaria; l'andamento episodico di quella parte, durante la quale i personaggi non fanno che incappare in un nemico o una difficoltà di volta in volta risolte da Bilbo, non mi ha riservato grandi sorprese né grandi entusiasmi. Credo ciò dipenda anche dal fatto che nel corso di quei capitoli Gandalf è totalmente assente, e Gandalf - almeno in questo libro - è senz'altro uno dei miei personaggi preferiti, non soltanto perché maestoso ed imprevedibile in ciò che potrebbe essere in grado di fare, ma anche perché è uno stregone dalla battuta pronta, spesso pungente, e ciò mi aggrada alquanto.

Alan Lee

Ultima menzione d'onore va necessariamente all'edizione Bompiani, che merita veramente un plauso per la cura fin nei minimi dettagli: copertina stupenda, bella qualità della carta, neanche l'ombra di un errore o di un refuso e la chiccheria degli angoli arrotondati. Pur avendo in mano un tascabile, fa veramente la sua porca figura. All'interno poi troviamo le bellissime illustrazioni di Alan Lee, illustratore specializzato nella rappresentazione di miti celtici e nordici, che ha curato tutti i film di Peter Jackson, vincendo l'Oscar nel 2004 per la direzione artistica de Il Ritorno del Re. Tutta robetta, insomma.



Ho scritto moltissimo, e meritate anche voi un plauso se siete arrivati fin qui, ma come si può non approfondire e non andare per le lunghe parlando di un'opera come questa, che da circa settant'anni ispira e conquista lettori, studiosi ed artisti di ogni genere? Ha conquistato persino me, e sono ben felice che Tolkien abbia vinto la sfida. Non so quando questo accadrà, ma posso assicurarvi che non ho alcun timore di proseguire il mio cammino all'interno del vastissimo mondo che lui, per tutti noi, ha creato.

Un abbraccio e buone letture!



mercoledì 30 agosto 2017

Manga | Letture di Agosto

E' arrivato il momento - ormai da me attesissimo - di parlarvi dei manga letti nell'arco del mese! Durante questo Agosto ne ho letti di meno perché mi sono concentrata di più sui libri, e poi non sono ancora passata a fare il pieno in fumetteria. Infatti sono indietro, sia come acquisti che come letture, con le serie che seguo, ma poco male perché tanto quando poi mi ci metto divoro anche un volume al giorno! Bando alle ciance, che il post sarà comunque bello lungo, e vai con la carrellata!


Il mese scorso vi ho ampiamente parlato di Bugie d'Aprile, di cui ho proseguito la lettura col quarto volume, che devo dire di aver trovato particolarmente emozionante.
Il protagonista, Kosei Arima, dopo esser tornato sul palco per la prima volta facendo da accompagnatore a Kaori, viene iscritto da quest'ultima al prestigioso concorso Maiho, indetto all'interno della scuola dove Kosei ha studiato sin da piccolo, e lui - nonostante le sue paure e titubanze - non può far altro che mettersi sotto e prepararsi al meglio. Quando il giorno del concorso mette piede nella scuola, tra i tanti partecipanti al concorso ci sono due ragazzi che, più di tutti gli altri, lo stanno aspettando. Kosei, infatti, è famosissimo non soltanto tra gli insegnanti, che lo ricordano come un bambino prodigio, una macchina da concorsi, ma anche tra i suoi coetanei musicisti. Per due di loro, l'incontro con Kosei è stato decisivo per la loro vita e la loro carriera, nonostante lui non ne abbia la più pallida idea e neanche sappia chi siano, perché da bambino percorreva i corridoi della scuola a testa china, schivando i tanti, troppi commenti che si facevano alle sue spalle riguardo l'eccessiva severità di sua madre. 
Emi e Takeshi, entrambi pianisti, sono i migliori allievi della scuola, e quando erano bambini monopolizzavano il podio assieme a Kosei: lui sempre al primo posto, loro due che si spartivano il secondo ed il terzo; per entrambi, e per motivi simili ma diversi, il momento in cui Kosei si era ritirato era stato un duro colpo, poiché veniva a mancare l'elemento con cui confrontarsi, il migliore tra i migliori che era di stimolo per andare avanti, per esercitarsi e studiare tanto. L'autore ci regala bellissimi flashback di quando questi due ragazzi erano bambini, e sia Takeshi che Emi erano rimasti folgorati da Kosei che suonava, decidendo a loro volta di diventare pianisti. Per Takeshi poi Kosei era rimasto l'obiettivo da raggiungere, nessun titolo e nessun premio per lui valevano tanto quanto competere con Kosei e, magari, batterlo e proprio nella speranza che Kosei tornasse Takeshi aveva rifiutato l'offerta di partecipare ad un'importante concorso in Germania (e dal momento che suonare in Europa sembri essere l'obiettivo principale tra questi artisti, il rifiuto di Takeshi è davvero una grande rinuncia). Dal canto suo Emi - un personaggio affascinante che mi è piaciuto moltissimo - nel momento in cui Kosei non si era più fatto vedere, aveva preso un andamento altalenante nelle sue performance: poteva sfiorare la perfezione, così come essere un disastro la volta successiva. La sua maestra la definisce lunatica e troppo in preda alle proprie emozioni, visto che una minima cosa che la infastidisce può rovinare la sua esecuzione. A tal proposito, è stato interessante poter vedere anche i due maestri dei ragazzi, che sono in competizione tra loro non meno degli allievi stessi (anzi, probabilmente di più, dato che il loro prestigio dipende dalla bravura dei loro studenti). 
Nel corso del volume vediamo anche molti flashback dell'infanzia di Kosei, del suo difficile rapporto con la madre e della severità (anche un po' di cattiveria, se vogliamo dirla tutta) con cui lei lo educava all'autodisciplina ed alla perfezione nello studio della musica. Davvero bello questo quarto numero, di cui più di tutto mi restano impressi Emi e Takeshi ed il modo in cui hanno sempre silenziosamente ammirato Kosei, con tenacia e fiducia che un giorno sarebbe tornato al suo posto al pianoforte.


Che sono diventata una lettrice di manga da praticamente un minuto e mezzo, lo sottolineo ogni volta che mi accingo a scrivere un post a tema; stavolta però era il caso di ribadirlo per far presente che, messo piede in questo mondo, l'elenco di titoli che vorrei recuperare è veramente imbarazzante. Non bastano le opere in corso o più recenti, ad attirare una novellina come me, ma dal passato bussano anche centinaia e centinaia di storie dall'aria così invitante che sembra veramente un peccato mortale non averle ancora conosciute. Purtroppo appena mi appassiono a qualcosa dentro mi scatta una fame di conoscenza che, se da una parte è molto bella e stimolante, dall'altra mi rende una persona ai limiti della pazzia. Per fortuna, incontro ai bisogni delle persone come me - o di chi, semplicemente, in passato non ha potuto acquistare fumetti - di tanto in tanto arrivano le sacrosante ristampe, come nel caso di Le situazioni di lui & lei, classico shojo dell'ormai lontano 1996, prima opera lunga di Masami Tsuda (la storia si articola infatti in ventuno volumi), precedentemente portata in Italia dalla Dynit; la nuova edizione è a cura della Planet shojo, con uscite mensili al prezzo di 4,90 euro. Titolo famosissimo tra gli amanti del genere e non solo, anche grazie all'omonimo anime che ne fu tratto nel 1998. Non avendo mai visto neanche quest'ultimo, approcciandomi al fumetto posso godere del tutto del piacere della scoperta.
La protagonista è Yukino Miyazawa, una ragazza alquanto particolare che investe tutte le proprie energie per apparire perfetta nel mondo esterno, specialmente tra le mura ed i corridoi della scuola. Bella, elegante, posata, studiosa, intelligente: le qualità di Yukino sembrano infinite e chiunque la incontri o la conosca non può far a meno di ammirarla e stupirsi di quanto sia eccezionale; peccato che, appena varcata la soglia di casa, Yukino subisca una brusca trasformazione: gli occhiali prendono il posto delle lenti a contatto, i capelli vengono incastrati tra fasce ed elastici, tutta la sua figura femminile scompare dentro il tutone della nonna; ma il cambiamento non è soltanto estetico, anzi. Persino i suoi familiari - la mamma, il papà e le due sorelline - sono spaventati dalla doppia faccia di Yukino, che pare abbia iniziato ad impegnarsi così a fondo per apparire perfetta agli occhi della società sin da quando frequentava l'asilo. Yukino ammette senza pudore di essere la persona più vanitosa dell'universo, la sua linfa vitale sono i complimenti e gli elogi delle persone che la circondano e pur di riceverli è disposta a sudare le fatidiche sette camicie. Studia come un'ossessa per essere la prima della classe, si dà ad allenamenti fisici clandestini per andar bene anche in educazione fisica ed avere una bella forma fisica, si lascia tanto andare in casa per quanto riguarda il suo aspetto ed il suo atteggiamento proprio per avere poi le energie necessarie ad essere bellissima ed educatissima appena esce nel vasto mondo.
Il suo strano equilibrio, che aveva funzionato perfettamente fino ad allora, viene intaccato al primo anno delle superiori, quando Yukino incontra Soichiro Arima, un ragazzo che sembra la sua esatta copia maschile: è bello, intelligente, studente modello, bravo in tutto ciò che fa, venerato da tutti i coetanei e stimato dagli insegnanti. Yukino inizia allora ad impegnarsi non tanto per portare avanti la sua farsa, quanto per battere Arima che - nelle sue fantasie - è in competizione con lei. 
In questo primo volume son contenuti tre capitoli, e già solo in questi succedono moltissime cose ed il rapporto tra i due protagonisti subisce piuttosto rapidamente più di un'evoluzione. Tale rapidità negli eventi non mi ha dato fastidio, come a primo impatto stavo temendo, perché il modo di narrare di Masami Tsuda è molto frizzante ed ironico, senza comunque tralasciare dei momenti più profondi e riflessivi. Il tema dell'essere se stessi è infatti quello centrale, un tema che ritengo sia davvero scottante in età adolescenziale, quando in un modo o nell'altro ci si vuole sentire integrati, parte di qualcosa, e pur di riuscirci si è disposti talvolta a soffocare il proprio vero io - che comunque, da adolescenti, si sta ancora cercando di capire quale sia, 'sto "vero io". La cosa più interessante poi è che i due protagonisti portano delle maschere in pubblico per ragioni completamente diverse: se Yukino finge per pura vanità ed è consapevole di essere ben altra persona rispetto a quella che fa vedere, Arima scopre di essere altro da ciò che lui stesso aveva sempre creduto soltanto nel momento in cui inizia ad interagire con Yukino e le sue motivazioni per cercare di essere il ragazzo perfetto sono di maggior spessore rispetto a quelle di Yukino. Comunque sia, il loro incontro è fondamentale per entrambi, perché rispecchiandosi l'uno nell'altra comprendono i propri errori e l'inutilità di perseguire un ideale a scapito della propria reale personalità. Dato l'andamento di questo primo volume, sono a questo punto molto curiosa di scoprire lo sviluppo non soltanto della storia, ma soprattutto della crescita dei protagonisti, che sono sicura avverrà volume dopo volume. 


Versione casalinga di Yukino
Venendo al disegno, il tratto dell'autrice nel complesso mi piace molto. Per quel che ho visto in questo volume, trovo che se la cavi meglio con i personaggi femminili (quanto è carina anche la mamma di Yukino? *-*), mentre quelli maschili li trovo un po' banalotti o comunque meno interessanti. Yukino in particolare è veramente ben caratterizzata, mi facevano morire le sue espressioni quando nessuno la notava così come tutte le scene in cui si mette in mostra la questione della sua doppia personalità: la Yukino casalinga è esilarante, soprattutto se confrontata con quella raffinatissima che fa credere di essere a scuola. Mi piace molto poi l'atmosfera di casa Miyazawa, le sue sorelline - come la stessa Yukino le definisce - sono insolenti e carine ed anche i suoi genitori, peraltro molto giovani, sono semplicemente adorabili. L'atmosfera nella casa di Arima invece è molto diversa, non che manchi l'amore ma sicuramente è circondato da meno vivacità e meno calore e sebbene lui abbia già raccontato gli eventi (presumo) principali della sua infanzia, chissà che non ci sia ancora altro da scoprire. Gli sfondi, come vuole lo shojo, sono poco importanti e dettagliati ed anzi spesso riempiti dai soliti fiori e ghirigori vari. 
Complessivamente, il modo di disegnare e di narrare di Masami Tsuda mi suscita moltissima simpatia e spero che Le situazioni di lui & lei proceda su questo stesso tono.

Alla fine dei tre capitoli troviamo un racconto autoconclusivo (di cui purtroppo non trovo alcuna immagine da mostrarvi) anche piuttosto lungo, intitolato La tigre e il camaleonte - Una promessa di una settimana che mi è piaciuto davvero moltissimo. La storia parla di una liceale, Koharu, che ha subito un piccolo grande trauma: tempo addietro il ragazzo che le piaceva le aveva detto senza mezzi termini che era brutta e non era stato neanche l'ultimo a fare commenti poco carini sul suo aspetto; Koharu allora, che è anche molto timida, insicura ed introversa, aveva preso a nascondersi dietro i suoi occhiali ed i suoi capelli, cercando di mostrare il meno possibile il suo volto al prossimo. Il nuovo anno scolastico le porta come compagno di banco Sakajo, un tipo grande e grosso che a detta degli altri è un teppista. Koharu, figuriamoci, è intimorita al massimo da uno come lui e non ha il coraggio di guardarlo né di parlargli. Un pomeriggio però, mentre torna dalla biblioteca, correndo per sbrigarsi perché si trovava in un corridoio buio un po' losco, Koharu va a sbattere proprio contro Sakajo: nello scontro gli occhiali di Koharu cadono a terra e Sakajo, che si preoccupa subito di raccoglierli, finisce invece col calpestarli nel buio e mandarli in frantumi. Desolato, la accompagna a vedere se potevano essere aggiustati, ma purtroppo le viene detto che ci vorrà una settimana prima che siano pronti. Koharu ha il morale a terra perché senza occhiali non vede nulla ed anche perché sono un po' il suo scudo protettivo, e Sakajo si sente responsabile dell'accaduto e vuole a tutti i costi rimediare. Infine gli viene un'idea: per quella settimana lui sarebbe stato gli occhi di lei! Così, suo malgrado, Koharu si ritrova a passare molto tempo con Sakajo, che la viene a prendere ogni mattina, la scorta per i corridoi della scuola, prende gli appunti per lei e la riporta a casa: insomma si prende cura di lei come un vero gentiluomo ma Koharu, troppo infognata nelle sue paranoie, all'inizio non se ne rende conto e continua ad avere timore di lui e di ciò che possa pensare di lei. Quando infine riesce ad aprirsi ed a parlargli veramente, Koharu si rende conto di aver fatto lei per prima l'errore che odiava tanto quando gli altri lo commettevano con lei, ovvero aveva giudicato le apparenze. Perché Sakajo, essendo cresciuto con sua nonna, è veramente un galantuomo d'altri tempi, educato e rispettoso e leale, che non esita a difendere Koharu anche davanti agli altri.
La tigre e il camaleonte è una storia che ho letto con grandissimo piacere e coinvolgimento, una storia dolcissima dal finale aperto, che getta però il seme per immaginare che tra Koharu e Sakajo possa nascere anche qualcosa di più della bellissima amicizia che tra loro si è già instaurata. Se anche non vi interessano Le situazioni di lui & lei, vi consiglio vivamente di recuperare in qualche modo La tigre e il camaleonte.


Mi trovi un po' strano, eh?
A forza di sentirmelo ripetere, ci sono arrivato!
Forse è perché ho sempre vissuto da solo con mia nonna. Ma io sono felice.
Vivendo con una maestra di vita, si impara molto.
Diceva che le persone prive di spessore cercano sempre di ficcare il naso 
nei fatti degli altri. E che le persone che si fanno influenzare
dalle opinioni altrui non fanno che lamentarsi.
Piuttosto che dare ascolto a cosa dicono gli altri,
si dovrebbe trovare da soli le risposte,
hanno molto più valore.


E per questo mese, dal fronte manga era tutto! In realtà ho cominciato anche il primo volume di Dungeon Food ma di questo - e già non vedo l'ora! - ne parleremo il prossimo mese...

domenica 27 agosto 2017

Confessioni di una lettrice: ho letto Federico Moccia

Io ero una rompicoglioni, polemica e critica già da ragazzina. Anzi, molto più allora che adesso ed il motivo mi era chiarissimo già dagli undici anni in poi: la maggior parte dei coetanei che avevo attorno mi sembravano degli idioti e non volevo venire identifica con loro soltanto perché avevo la sfortuna di avere la stessa età. Ho sempre pensato di esser nata già adulta - come si dice anche di Rory in Gilmore Girls - perché, soprattutto finché andavo a scuola, trovavo ben poco in comune con la gente che mi circondava (a quanto mi è stato riferito, le maestre mi definivano "matura per la mia età" all'asilo, il che la dice lunga). E se verso il terzo anno delle superiori ero riuscita più o meno ad accettare tale circostanza vivendo più o meno serenamente la mia vita, prima di allora qualsiasi stupidaggine poteva assumere le drammatiche dimensioni di un conflitto - tra me e me, tra me e gli altri, verso il mondo tutto per far capire che ero diversa. Non che mi sentissi superiore - anzi, la maggior parte delle volte mi sentivo l'ultima ruota del carro - ma, per farvi un esempio, quando un adulto dava per scontato che mi piacesse Tre metri sopra il cielo perché in quel periodo piaceva a tutti quelli della mia età, ecco, in circostanze come quelle odiavo la mia generazione e davo inizio a certi comizi - di cui probabilmente, data la concitazione con cui mi esprimevo, il mio interlocutore poteva comprendere ben poco - per spiegare perché non avrebbe proprio dovuto azzardarsi a fare affermazioni così false e tendenziose. 


C'era un'altra cosa, poi, che da ragazzina mi dava molto, molto fastidio, ed era chi giudicava - non soltanto me ma anche ciò che più mi piaceva (il che, a certe età, è praticamente la stessa cosa) - senza conoscere ciò di cui stava parlando. Proprio per questo, io per prima non mi sarei azzardata a sparare a zero su qualcosa che non avessi prima fatto lo sforzo di approfondire e proprio per questo, benché fossi sicura che i "libri" di Federico Moccia fossero terribili anche prima di avvicinarmici, con un coraggio non indifferente decisi di leggerli: per prepararmi alla lotta. 
La lotta in difesa della lingua italiana, della necessità di un senso logico all'interno di una struttura narrativa e, nondimeno, del buongusto. Fatta questa doverosa premessa, partiamo dal principio.
Frequentavo le scuole medie e tutte le mie coetanee - ma anche molti coetanei maschi, diciamocelo - impazzivano per Tre metri sopra il cielo, all'epoca meglio conosciuto come 3MSC (i detrattori erano soliti aggiungerci un bel: Costa Crociere). Il modo più efficace per un gentiluomo che volesse conquistare la sua bella era scriverle da qualche parte "Io e te 3MSC" (i più audaci optavano per il muro sotto casa di lei), mentre le fanciulle, dal canto loro, sognavano che a corteggiarle fosse uno bello & dannato come Step, il protagonista del "romanzo" in questione (ora io non vorrei stare a sottolinearlo ma, dai, step in inglese significa passo o scalino, che razza di soprannome è). Era proprio inevitabile trovarsi talvolta coinvolti in un'accesa discussione attorno alla intensissima (?) e tormentatissima (?) storia d'amore di Step & Babi, la protagonista femminile (come potete notare, i nomi sono uno meglio dell'altro).

Ma di cosa parla, in fondo, Tre metri sopra il cielo? Beh, c'è Babi che è una liceale carina ed educata, che viene da una famiglia molto perbene dell'alta borghesia romana, però un giorno incontra Step che è un ragazzo davvero bellissimo però è un poveraccio, indossa sempre la giacca di pelle e ha la moto, quindi è molto cattivo. I due iniziano ad interagire con battibecchi che non hanno proprio motivo di esistere, ed anche se probabilmente sin dall'inizio avrebbero solo voluto limonare, per un po' portano avanti la farsa del no, lei è una ragazza troppo al di là delle mie possibilità e del no, quello è un ragazzaccio povero, non posso; ovviamente poi invece cominciano ad uscire insieme, si innamorano eccetera e Step tira fuori il lato dolce & sensibile che ogni bello & dannato che si rispetti nasconde sotto la giacca di pelle mentre lei - che prima di conoscerlo ovviamente non aveva mai marinato la scuola, detta una sola bugia in vita sua o avuto un qualunque pensiero impuro - inizia a mentire e rispondere male ai genitori, scappare di casa e stare in giro fino a notte fonda. 
Oltre alla coppia principale, ce n'è anche una secondaria, composta ovviamente dal migliore amico di lui e dalla migliore amica di lei che - se avete storto il naso su Step & Babi non so come reagirete ora - si chiamano Pollo & Pallina. Ora, io ho capito che sono soltanto soprannomi, ma soprannomi del genere non li darei neanche alle mie galline se ne avessi, figuriamoci ai protagonisti di un libro (a meno che non si tratti di un simpatico libro per l'infanzia il cui protagonista è, che ne so, veramente un Pollo molto affezionato alla sua Pallina). Praticamente non c'è altro, perché la trama è questa, e se è vero che è di una banalità sconcertante è anche vero che tocca vette di originalità per gli elementi trash, come le gare clandestine in moto che i nostri protagonisti fanno in luoghi proibiti della Roma notturna, gare che prevedono di percorrere una certa distanza sulla moto impennata, con il super maschio alla guida e relativa ragazza seduta dietro, girata al contrario, legata al guidatore da una cinta rigorosamente della Camomilla (infatti, le ragazze che partecipavano venivano chiamate "le Camomille") e Babi raggiunge il perfezionamento della sua mutazione da brava ragazza a ragazza ribelle nel momento in cui decide di essere la Camomilla di Step. Insomma cose troppo trasgri che trascendono forse le nostre capacità di comprensione. Tra l'altro, Pollo muore facendo questa cosa intelligentissima, perciò c'è anche il lato profondo, di denuncia sociale verso la pericolosità di certi passatempi (no, non gli è riuscito bene neanche questo in realtà).


Nonostante io ci abbia provato più volte, non sono mai riuscita effettivamente a spiegare quanto sia brutto questo libro, per questo mi sono sempre limitata a parlare di quanto sia diseducativo, a partire dalla rappresentazione di attività - come quella sopra descritta delle corse in moto - estreme e pericolose come indispensabili per essere ammirati e rispettati; le protagoniste femminili sono veramente stupide ed antipatiche, ricordo ancora quanto mi davano fastidio i passaggi in cui Babi & Pallina (soprattutto quest'ultima) quasi bullizzavano le compagne di classe studiose per farsi dare i compiti da copiare, perché loro giustamente erano state troppo impegnate a fare le Camomille o altre faccende sì degne di nota per potersene occupare. La cosa che mi pareva grave era che situazioni simili non venivano descritte da Moccia come rappresentazione della realtà, con un tono che dicesse: queste cose purtroppo succedono e tu adolescente le riconoscerai sicuramente e leggendole qui in questo libro comprenderai ancora meglio che è un modo di ragionare sbagliato! No, il modo in cui le raccontava Moccia ad una ragazzina/o non ancora dotato di un profondo senso critico, trasmetteva proprio: se hai gli occhiali, ti comporti bene e studi sei una sfigata che merita di essere insultata, quelle fighe son solo quelle troppo trasgry come Babi & Pallina. Okay, Federico, va bene.
Un'altra cosa bruttissima è che l'"autore" non fa altro che elencare marche in voga tra gli adolescenti di quegli anni, la Camomilla era soltanto un assaggio, perché dall'inizio alla fine non fa che identificare i personaggi tramite le marche delle cose che indossano, che fumano, che vedono, che vogliono, che comprano. Una cosa veramente tristissima.
Veniamo poi a come è scritto, questo "libro". Tre metri sopra il cielo ha anche il merito di aver sfatato un mio mito dell'infanzia, ovvero credevo fermamente che chiunque scrivesse un libro, per lo meno sapeva scrivere. Poteva essere brutta la storia, antipatici i personaggi, ma se uno scrive un libro per forza sa scrivere! - questo pensavo, nella mia ingenuità, poi ho letto Tre metri sopra il cielo ed ho capito che no, non era vero, nel mondo reale non dovevi per forza saper scrivere per pubblicare un libro. Federico Moccia, almeno quando scrisse Tre metri sopra il cielo (ma temo che dopo sia andato persino peggiorando) non possedeva nozioni di grammatica neanche elementari. La sequenza soggetto - verbo - complemento gli era estranea e difficilmente riusciva a comporre una frase che contenesse una subordinata: tre o quattro parole, punto; tre-quattro parole, punto. E non disturbiamo, per carità, forme verbali quali il congiuntivo o il condizionale. A livello di scrittura, insomma, al confronto Fabio Volo meriterebbe veramente il Nobel per la letteratura. Mi chiedo perché - me lo chiedo da allora, da più di dieci anni... - gli sia permesso pubblicare libri, ma so che è una domanda la cui risposta può essere soltanto più triste persino dei suoi "libri".

Non potrei lasciarvi in altro modo se non con il trailer del film che, all'epoca in cui uscì, sentii come fatto apposta per dare soddisfazione a chi la pensava come me, un piccolo grande riscatto ai troppi soprusi visti ed uditi ogni giorno, un film che in una volta sola li parodiava tutti, i cui protagonisti erano Stramarcio (talmente bello & dannato che pioveva persino sul suo ritratto - muoio!), Bambi e Tacchino. Le pericolosissime corse in moto rimpiazzate da altrettanto pericolose corse coi carrelli sono geniali.




martedì 22 agosto 2017

Nemiche Amiche (1998)

Si sa, anche la programmazione televisiva decente d'estate va in vacanza, ed è in questi mesi che - telecomando alla mano - noi pantofolai professionisti scopriamo certi canali di cui neanche sospettavamo l'esistenza. Come Food network, che chissà da quanto tempo occupa il canale 33 del mio televisore senza che io lo sapessi. Un canale che di giorno si occupa esclusivamente di cibo, seguendo le mirabolanti avventure di più o meno grandi chef, food blogger agghindate più di un albero di Natale, mamme casalinghe alla Benedetta Parodi che però invece di dare consigli da un modesto studio televisivo, lo fanno dalla cucina dei loro americanicissimi ranch. Insomma, un canale piuttosto trash sul cibo, che però di sera si trasforma e svela il suo volto molto più serio, raffinato, divertente trasmettendo spesso dei bellissimi film. Ecco, qualche sera fa Food network mi ha regalato un viaggio nella mia infanzia, dando in prima serata un film del lontano 1998, Nemiche Amiche.


Dal momento che sono cresciuta negli anni '90, per me gli attori più bravi del mondo erano Robbie Williams e Julia Roberts. Quest'ultima in particolare era la reginetta incontrastata della commedia romantica, il genere cinematografico assolutamente prediletto da mia madre e che io, da bambina, ero quasi sempre ben disposta a guardare (adesso dipende). Se c'era la Roberts poi non dicevo mai di no e per anni ho continuato a guardare i film dove recitava lei, anche quando ormai ne conoscevo le trame a memoria. In particolare titoli come Il matrimonio del mio migliore amico o Notting Hill, non mi stancavano mai. E poi c'era questo qui, questo film in cui lei era co-protagonista con un'altra attrice da me amatissima (Susan Sarandom) che era sicuramente meno leggero e spensierato delle solite commedie d'amore, e forse proprio per questo mi piaceva e mi toccava molto più degli altri.

Jackie (S. Sarandom) e Isabel (J. Roberts)
Nemiche Amiche racconta una dolce-amara e complessa vicenda familiare. Jackie (Susan Sarandom) e Luke hanno divorziato e tentano di mantenere un rapporto decente, nonostante i loro rancori e dissapori, per il bene dei loro due figli, Anna di dodici anni e Ben di sette, i quali hanno già risentito della separazione dei genitori. Per tutti le cose si fanno ulteriormente difficili quando Luke inizia a convivere con la sua nuova fidanzata, Isabel (Julia Roberts), una donna molto bella, molto più giovane di lui e con una brillante carriera come fotografa di moda. A questo punto la quotidianità di tutti loro è fortemente intrecciata, poiché i bambini si trovano spesso soli con Isabel quando vanno a stare dal padre, poiché quest'ultimo è sempre fuori per lavoro. Tale convivenza non è facile per nessuno: non per Isabel, che non ha mai avuto una responsabilità tale come quella di badare a due ragazzini; né per Anna, che sfoga proprio su di Isabel tutta la sua rabbia repressa per la disgregazione della propria famiglia; non per Jackie, alla quale l'idea di lasciare i propri bambini - il suo unico e più grande tesoro - alla nuova compagna del marito non piace assolutamente. Per di più le due donne non potrebbero essere più diverse di così ed a primo impatto non provano alcuna simpatia l'una per l'altra.

Anna e Ben
Il film si prende il giusto tempo per descrivere le caratteristiche e lo sviluppo di tutti i rapporti in gioco, in particolar modo quello tra Isabel e Jackie e quelli tra i due bambini e le due donne. Jackie - come Isabel stessa la definisce - è la Madre Terra in persona: quel tipo di madre affettuosa, accogliente, che scalda come un focolare con la sua sola presenza, che sa tutto dei propri figli e con la quale loro non hanno alcuna esitazione a confidarsi, perché sanno di trovare sempre un porto sicuro; Isabel invece forse non ha alcuna esperienza, ma ha pazienza e buona volontà da vendere. Inizialmente è solo per amore del compagno che s'impegna tanto a conoscere ed andar d'accordo coi bambini, ma poco alla volta si affeziona davvero e tutto ciò che li riguarda inizia a starle veramente a cuore. L'evoluzione più bella e significativa è senz'altro quella tra Anna ed Isabel: inizialmente Anna odia Isabel quasi per partito preso, perché è l'estranea, l'intrusa nel suo nucleo familiare già sconvolto e sicuramente si rifiuta di darle un'occasione anche per lealtà nei confronti di sua madre. Ma un passo alla volta, Anna non potrà fare altro che aprire la porta - quella della sua camera continuamente sbattuta, e quella invisibile del suo affetto - e scoprirà in Isabel una persona divertente, interessante, una figura a metà strada tra una sorella maggiore ed una matrigna buona. Essendo ancora molto giovane Isabel conosce le cose che piacciono ad Anna e si rivela un vaso di Pandora per risolvere i problemi di look o con i ragazzi. Sia Anna che Ben, quando iniziano a nutrire della simpatia nei confronti di Isabel, hanno paura di dare un dispiacere alla madre (che tenerezza infinita, il piccolo Ben, che durante una passeggiata a cavallo dice a Jackie: "Mamma, se tu vuoi che io la odi, la odio!"), ma per fortuna lei ha l'intelligenza di tenere per sé il rancore e lasciare che i figli stabiliscano un legame con la donna che ormai il loro padre ha anche deciso di sposare.


Jackie, Ben e Anna
A mio avviso Nemiche Amiche sarebbe stato un film bello ed interessante già così, ma prende poi una piega ancora più profonda e, ahimè, drammatica quando Jackie scopre che una forma cancerogena che pensava di aver sconfitto è ora tornata e si è diffusa e non ha altra scelta se non sottoporsi alla chemioterapia. Jackie, molto forte ed orgogliosa, cerca di fare tutto da sola senza coinvolgere né l'ex marito né i figli né tanto meno Isabel, ma sarà proprio quest'ultima alla fine a scoprire cosa sta nascondendo. Jackie non avrà altra scelta che raccontare come stanno le cose, perché nel frattempo le cure non hanno sortito l'effetto sperato ed i medici hanno stimato che il tempo che le resta è quello che va all'incirca da quel momento fino a Natale. A questo punto, con tutto il dolore che può provare una madre sapendo che lascerà senza di lei due figli che di lei avevano ancora tanto bisogno - e con la dolorosa consapevolezza che non sarà presente durante le tappe più importanti delle loro vite - inizia ad essere rincuorata pensando che, almeno, avranno Isabel. Durante un commovente colloquio tra le due donne, che fino a quel momento quasi non erano riuscite a parlare senza alzare la voce, Isabel esprime piangendo quanta paura abbia all'idea di gestire tutte quelle cose da sola, di come la terrorizzi il pensiero di non poter mai reggere il confronto con lei, di sentirsi dire un giorno da Anna e da Ben che lei l'avrebbe fatto meglio. Jackie le risponde che invece la sua paura è che Anna e Ben smetteranno di pensarla, e conclude - con una sola lacrima che le riga una guancia - "Io ho il loro passato, tu puoi avere il loro futuro".

Le ultime scene sono proprio durante il giorno di Natale, con una Jackie già piuttosto debole che però ha comunque la forza di parlare con Anna e con Ben, uno alla volta, dando loro il suo regalo e affrontando il difficile discorso di quando la mamma non ci sarà più. Momenti che sfidano il più duro di cuore a non commuoversi. Il film si conclude con una foto di famiglia sul divano ed al secondo scatto è proprio Jackie che dice "adesso una con tutta la famiglia al completo!" invitando una sorpresa e felice Isabel a sedersi accanto a loro.

La commedia cinematografica è un genere ritenuto piuttosto leggero, spesso banale, privo di chissà quali contenuti o spessore; la maggior parte delle volte (specie negli anni più recenti) è vero e non sono niente di più che film piacevoli coi quali allietare una serata qualunque. Però, in mezzo al mare di storielle tutte uguali, ci sono secondo me delle vere e proprie perle, e Nemiche Amiche è una di queste. Indubbiamente in parte a farmi parlare così è l'affetto nostalgico che provo verso certi film, certi attori, addirittura verso certe atmosfere che, avendo scandito la mia infanzia, sono per forza di cose radicate in profondità; ma in parte lo penso anche se provo a distaccarmi: non è facile affrontare temi capaci di scatenare certe emozioni e riflessioni senza appesantire troppo lo spettatore. Ricordo che quand'ero bambina mi immedesimavo molto in Anna, soprattutto per l'attaccamento che aveva verso sua madre, e l'idea di trovarmi nella sua situazione (ovvero sapere che l'avrebbe persa per sempre, di lì a poco) mi agghiacciava letteralmente. Se avrei avuto la sua stessa diffidenza nei confronti di un'eventuale Isabel, non saprei dirlo, ma probabilmente sì, e come lei le avrei dato una chance se avesse dimostrato di meritarsela. Nemiche Amiche è un film dall'atmosfera calda, vera, accogliente, sincera condita da paesaggi stupendi come le foglie arancioni nell'autunno americano o un campo innevato che Jackie ed Anna percorrono una notte a cavallo, in uno scenario da fiaba. 

Rivederlo e ri-apprezzarlo ancor più di quand'ero bambina mi ha fatto venire voglia di parlarvene e di condividere con voi l'affetto verso questi bei film degli anni '90. Se vi va, fatemi sapere nei commenti se avete mai visto Nemiche Amiche, se vi piace o raccontatemi della vostra commedia preferita.

A presto!