sabato 5 novembre 2016

Geronimo il cieco e suo fratello, Arthur Schnitzler

Secondo incontro per me con Arthur Schnitzler, che si conferma genio assoluto.
In un racconto breve come Geronimo il cieco e suo fratello riesce a condensare non soltanto la storia di un complesso rapporto tra fratelli, ma anche molti dei temi a lui cari: il tema del dubbio, dell'incertezza, dell'ambiguità, il tema della diffidenza in particolare verso le persone a noi più prossime – marito o moglie (Doppio sogno), i familiari come in questo caso, verso gli amici o coloro che andrebbero considerati tali.

Impossibile parlare dell'autore viennese senza almeno un breve accenno a Sigmund Freud.
Il medico-scrittore (prima di dedicarsi a tempo pieno alle lettere, Schnitzler aveva seguito le orme paterne praticando la professione medica fino alla morte del genitore) ed il padre della psicoanalisi infatti erano coetanei ed operavano entrambi nella capitale austriaca agli inizi del Novecento. Mentre Freud stava ancora elaborando le sue teorie, Schnitzler nelle sue opere metteva in scena vicende torbide e complesse capaci di smascherare, mettendo a nudo, i lati più oscuri della psicologia umana.
Schnitzler e Freud seguirono a distanza il lavoro dell'altro, evitando accuratamente d'incontrarsi: nonostante la reciproca stima e gli interessi comuni, i due intellettuali si riconoscevano come troppo simili e, assieme al sentimento di simpatia, provavano anche un vago senso di sospetto. E' lo stesso Freud ad ammettere, in una lettera indirizzata a Schnitzler, di non averlo mai invitato per un incontro vis à vis per quella che gli pare quasi una paura del sosia.
Chiunque sia interessato o affascinato dalla psicologia, dunque, non può proprio esimersi dal dare una chance alle opere schnitzleriane.

Geronimo, ce lo dice il titolo, è cieco. Non lo è però dalla nascita né lo è diventato per una malattia: la sua cecità è dovuta ad un incidente, la cui colpa – purtroppo – pesa sulle spalle del fratello maggiore Carlo, il quale a causa del rimorso cade in uno stato di disperazione tale da arrivare a pensare al suicidio; ciò che lo distoglie dal drastico proposito è la decisione di sacrificarsi totalmente al fratello minore, il desiderio di rimediare al suo errore diventando per Geronimo il braccio fidato al quale aggrapparsi nel buio eterno in cui è precipitato, un fedele servitore eternamente in debito.
La cecità di Geronimo non è neanche l'unica disgrazia che colpisce la famiglia dei due fratelli italiani, i quali per una serie di circostanze finiscono col diventare una coppia di mendicanti. Geronimo, che ha appreso i rudimenti della musica, canta accompagnandosi con la chitarra – la voce che diventa roca quand'è ubriaco; Carlo tende un cappello ai misericordiosi passanti.

All'apertura del racconto Carlo e Geronimo si trovano in una zona di passaggio, sul confine dell'alt'Italia, un luogo poco ospitale che invita soltanto ad una sosta breve. Il valico è attraversato quotidianamente da moltissimi viaggiatori e la locanda dove alloggiano e mendicano Carlo e Geronimo è l'ultimo punto di ristoro prima di un altro lungo tratto. Uno dei tanti viaggiatori che si fermano – un uomo ben vestito dall'aria distratta – deposita qualche spicciolo nel cappello di Carlo, allo stesso modo di tutti gli altri. Carlo rientra nella locanda ed il viandante, avvicinandosi a Geronimo, gli dice di stare ben attento a non farsi ingannare; come farmi ingannare?, gli domanda questi, ed il viaggiatore risponde di aver dato al suo "compare" una moneta da venti franchi.
Quando Geronimo, su di giri, chiede al fratello di fargli toccare la moneta d'oro, Carlo – spaesato – gli dice che non c'è nessuna moneta d'oro, che nessuno si è sognato di dargliene una. Ed ecco, è fatta: la crepa è aperta, il seme del dubbio gettato.
Lo strano viaggiatore rappresenta l'elemento disturbante necessario a rompere la stabilità quotidiana. Da quel momento emerge una diffidenza da parte di Geronimo nei confronti di Carlo, il quale – dal canto suo – non può darsi pace in una simile situazione, che va a riaprire la ferita profonda e mai sanata di quel senso di colpa radicato nell'infanzia, in quel momento in cui ha privato – anche se accidentalmente – il fratellino di uno dei doni più preziosi per l'uomo. Allo stesso modo, Carlo comprende progressivamente che la diffidenza di Geronimo non è esattamente cosa nuova, non è stata causata davvero dalla storia dei venti franchi: al contrario, coincide anch'essa con quello sventurato giorno di tanto tempo prima e, anche se non ne aveva mai parlato apertamente, Geronimo aveva sempre considerato il fratello un ladro che gli aveva rubato la vista.

Carlo arriverà a compromettersi pur di dimostrare a Geronimo la buona fede con cui gli è sempre stato accanto. E' straziante seguire il suo tormento, un tormento che dura da una vita intera, da quando per un gioco andato storto si è macchiato di uno sbaglio per il quale lui per primo non ha mai saputo perdonarsi. Ed è commovente la passione con cui cerca il perdono di questo fratello che pare indifferente ai suoi gesti, questo fratello che da sobrio è di ben poche parole ed il cui atteggiamento sembra voler dire: lascia stare. Il nodo è destinato a sciogliersi, in un finale assolutamente degno ed all'altezza del racconto che ho apprezzato infinitamente.

Geronimo il cieco e suo fratello conta appena una sessantina di pagine, ognuna delle quali vibra d'intensità ed intelligenza. La brevità del racconto non ha affatto impedito a Schnitzler di delineare magistralmente non soltanto i due protagonisti, ma persino l'oste e la cameriera, l'atmosfera della locanda e dei suoi ospiti, di descrivere l'ambiente in cui Carlo e Geronimo abitualmente si muovono; vivissime le descrizioni dei paesaggi, in particolare quelli che i due fratelli percorrono durante la lunga camminata quando decidono frettolosamente di spostarsi. Questo racconto, insomma, è una dimostrazione lampante di come, quando si ha una conoscenza dell'animo umano quale quella evidentemente posseduta da Schnitzler ed un puro e semplice talento nel giocare con le parole, bastano anche poche righe per fare grande letteratura.

Ho scelto di prendere Geronimo il cieco e suo fratello soltanto perché, dopo aver letto Doppio sogno, volevo leggere ancora quest'autore sorprendente, e questo volumetto della Sellerio era disponibile per pochi spiccioli: una buona occasione, dunque, ma mai mi sarei aspettata tanto da un libriccino così sottile. Per leggerlo è sufficiente un'ora di tempo, che vi consiglio vivamente di dedicare a quest'opera, tanto più se non avete ancora mai avuto il piacere di incontrare la prosa di Arthur Schnitzler.

2 commenti:

  1. Che dire, mi hai convinta. Sembra davvero una di quelle storie brevi che però rimangono a lungo nei pensieri.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo è davvero Camilla, mi fa piacere di averti convinta! Mi pare che Schnitzler se lo filino in pochi, e i più si fermano al più famoso Doppio sogno, ma merita davvero. Spero ti piacerà!

      Elimina