martedì 1 marzo 2016

I Pilastri, Iliade #10: Libro Decimo

I fatti di Dolone
No, Dolone, non metterti in testa la fuga,
se pur cose buone ci hai detto: tu sei in nostra mano!
Se mai ti liberassimo e ti lasciassimo andare,
tu certo torneresti di nuove alle rapide navi
per spiarci e per combatterci contro!
Invece, se perdi la vita ucciso dalla mia mano
mai più per gli Argivi potrai essere un danno!


C'è una cosa, prima di tutto il resto, da dire a proposito del Libro Decimo dell'Iliade: non è stato scritto da Omero. Si è ritenuto fin dall'antichità che questo canto fosse una compilazione aggiunta più tardi al poema già completo, che risulta quindi slegato da quanto avviene prima e che non ha alcuna rilevanza per quanto avverrà dopo. Ma vi dirò di più: prima ancora di leggere la nota a piè di pagina che spiegava questo, mi era parso di leggere dei versi completamente diversi da quelli a cui mi sono ormai abituata. Lo stile di Omero è inimitabile, e la lettura di questo libro scritto con una parola assai meno potente lo rende più evidente che mai. L'autore del Libro X si perde in - vani - tentativi di resa psicologica dei personaggi che Omero riesce a rendere in maniera molto più acuta con una semplice metafora, imita il linguaggio del poeta inserendo immagini che spesso sembrano capitare a sproposito. Insomma, non c'è proprio paragone e per rendersene conto è sufficiente aver letto le pagine precedenti con un minimo di attenzione.

Gli eventi del Libro Decimo succedono, come ricorderete, ai tentativi falliti di riportare Achille in battaglia; ormai è notte, ma tra gli Achei non sono in molti a godere del dono del sonno. Particolarmente turbati sono ovviamente i capi ed i re, che sentono su di sé la responsabilità di un intero esercito. Agamennone rinuncia a cercare di riposare e inizia ad indossare le armi con l'idea di svegliare gli altri e condividere le proprie angosce, quando viene sorpreso dal fratello Menelao, altrettanto turbato e inquieto; i due si dividono i compiti: Menelao andrà a svegliare gli altri capi, mentre Agamennone si recherà dall'anziano Nestore. Il dubbio che attanaglia tutti riguarda le intenzioni dei Troiani: cosa faranno ora che hanno vinto gli Achei, torneranno alla città o resteranno ancora presso il campo? La risposta a questa domanda è tanto necessaria che Nestore propone che qualcuno che abbia coraggio abbastanza vada a spiare i nemici. Diomede subito si fa avanti, ma chiede che qualcuno vada assieme a lui. In tanti si propongono, e Nestore lascia che sia Diomede a scegliere il compagno con cui affrontare questa pericolosa impresa. Diomede sceglie Odisseo.
Nel mentre, tra i Troiani sta accadendo esattamente la stessa cosa: il loro dubbio è, di contro, se gli Achei stiano tentando la fuga o siano ancora saldi a proteggere le proprie navi. Anche Ettore vuole mandare un uomo a controllare, e promette doni impareggiabili a chi correrà il rischio; è Dolone a proporsi, secondo brutto dell'Iliade dopo Tersite. La differenza che viene sottolineata tra Troiani ed Achei in questi passaggi è significativa, dimostra chiaramente come questo autore tifasse per gli Achei: tra questi ultimi, infatti, sono in molti ad offrirsi per rischiare la pelle, e lo fanno solo in cambio della gloria; tra gli uomini di Ettore, al contrario, solo uno si fa avanti e lo fa nella prospettiva di ricevere beni materiali.
Ad ogni modo, da un lato e dall'altro i volontari si avviano, ma Dolone non fa in tempo ad arrivare a destinazione che nel buio viene scoperto da Diomede ed Odisseo. I due lo catturano e, approfittando del terrore di Dolone, non ci mettono neanche molto a fargli sputare la verità sui motivi per cui vagava solo, di notte, per il campo. Nonostante Dolone dia loro ciò che vogliono, e cioè la verità sulla sua missione, sulle intenzioni di Ettore e sulla disposizione dell'esercito troiano, Diomede non ci pensa proprio a lasciarlo vivere, e senza tante cerimonie lo uccide. Dopo di ché riprende il cammino assieme ad Odisseo, giunge presso l'accampamento troiano, uccidono in tutto tredici uomini tra gli alleati dei troiani e rubano cavalli tanto bianchi e tanto belli da sembrare un dono delle divinità. Compiuta l'impresa tornano tra gli Achei, accolti con gioia e commozione, e festeggiati con un meritato banchetto.

Dioemedes devoured by his horses, Gustave Moreau
Come forse avrete intuito da quanto ho scritto in apertura, la lettura del Libro Decimo non mi ha particolarmente entusiasmata; mi è mancata la forza di ogni parola cui Omero mi ha abituata, l'intensità dei personaggi in ogni loro gesto o discorso. Anche gli stessi eventi narrati hanno uno scarso impatto, perché in qualche modo si sente come siano estemporanei, non connessi al resto delle vicende. O semplicemente superflui.

Se devo trovare una cosa che mi sia piaciuta, direi senz'altro l'accostamento tra Diomede ed Odisseo, presentati come personaggi complementari, l'uno la forza e l'altro l'intelligenza.


Diciamo che possiamo lasciarci alle spalle Dolone ed i suoi fatti senza troppi rimpianti.



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