sabato 9 gennaio 2016

Sabato al museo #2: L'Assenzio, Degas

«Bisogna rifare dieci volte, cento volte lo stesso soggetto.
Niente, in arte, deve sembrare dovuto al caso.»
Autoritratto, 1855



Edgar Degas nasce in Francia, a Parigi, primo di cinque figli. 
La sua educazione durante gli anni del Liceo verte principalmente sul campo letterario, ma comincia molto presto anche a dipingere: a diciotto anni aveva già trasformato una stanza della casa nello studio di un artista e passava molto tempo a copiare i dipinti che trovava esposti al Louvre. Il padre però, come quasi tutti i padri degli artisti, si aspettava che il figlio frequentasse la Facoltà di Legge, e così nel Novembre del 1853 Degas s'iscrive controvoglia all'Università di Parigi. Il suo impegno negli studi è sin dall'inizio più che scarso, e preferisce di gran lunga seguire il consiglio di uno degli artisti che più ammirava, Jean Auguste Dominique Ingres, incontrato nel 1855, il quale gli dice di disegnare il più possibile. Nell'Aprile dello stesso anno viene infatti ammesso alla Scuola di Belle Arti, dove il suo talento sboccia sotto la guida del maestro Louis Lamothe. Nel Luglio del 1856 viene in Italia e vi resta per tre anni: qui studia i lavori di Michelangelo, Raffaello, Tiziano e degli altri artisti rinascimentali, affinando la propria conoscenza delle tecniche classiche ed accademiche.

Nel 1859 torna al suo posto nel Museo del Louvre, continuando ad allenarsi come copista. All'inizio degli anni '60 va a trovare un amico in Normandia ed in questa occasione elabora il suo primo studio sui cavalli, uno dei soggetti – assieme alle celebri ballerine sui quali tornerà più spesso e con più passione. 
Nel 1865 una sua opera verrà esposta per la prima volta al Salon, e così per i cinque anni successivi, periodo nel quale l'arte di Degas conosce un graduale e profondo cambiamento dovuto soprattutto all'influenza di Édouard Manet, incontrato proprio al Louvre: l'occhio di Degas si sposta su soggetti contemporanei.

Nel 1870 la guerra Franco-Prussiana lo costringe ad allontanarsi dalle tele e dai colori, vedendolo invece impegnato a difendere il proprio Paese nelle Guardia Nazionale. Durante le esercitazioni militari scopre quel difetto alla vista che sarà per il pittore la maggior fonte di preoccupazione per il resto della sua vita. Alla fine della guerra, nel '72, Degas raggiunge il fratello René ed altri parenti trasferitisi a New Orleans, Louisiana, restando nella casa di Esplanade Avenue per più di dieci anni. I lavori di questi anni ritraggono per lo più i membri della sua famiglia.

Nel 1873 torna a Parigi e si trova ad affrontare un periodo pieno di difficoltà: di lì a poco infatti perde il padre e vengono a galla gli incredibili debiti contratti dal fratello. Per preservare il nome della famiglia Degas è costretto a vendere la casa e la preziosa collezione d'arte che aveva ereditato, trovandosi – per la prima volta – a dipendere solo dal successo delle sue opere per il proprio sostentamento.

Stanco della monotonia del Salon, Degas decide di unire le proprie forze a quelle di un gruppo di giovani artisti che avevano l'ambizione di organizzare un'esposizione indipendente, la prima delle quali ebbe luogo nel 1874: nasceva la corrente degli Impressionisti, i quali organizzarono diverse esposizioni in cui Degas ebbe un ruolo decisivo, preponderante, tanto come organizzatore che come artista esposto (i suoi quadri comparvero in tutte le mostre tranne una). Nonostante questo, Degas non si sentiva affatto parte del gruppo, anzi, tra lui ed i suoi colleghi vi fu un persistente conflitto: Degas sentiva di non avere niente in comune con Monet e gli altri paesaggisti, di cui non apprezzava affatto la scelta di ritrarre l'esterno; era un conservatore e rabbrividiva per gli scandali suscitati dalle esposizioni impressioniste, così come disprezzava le campagne pubblicitarie portate avanti dai suoi colleghi. Si ribellò fin dal primo momento all'etichetta di «impressionista», affibbiata loro e resa popolare dalla stampa. La sua insistenza nell'includere nelle mostre impressioniste artisti della tradizione fu uno dei motivi di rottura tra lui ed il gruppo degli impressionisti, che si sciolse nel 1886.

Sul finire degli anni '80 Degas si appassionò anche alla fotografia: per lo più ritrasse amici e familiari ma alcune fotografie – come quelle scattate alle ballerine o a soggetti di nudo – costituirono il punto di partenza per alcune delle sue opere. 

Col passare degli anni Degas divenne un uomo sempre più isolato, anche a causa della sua convinzione che un artista non potesse avere una cosiddetta «vita personale». Non si sposò mai, e gli ultimi anni della sua vita furono tristi e solitari, anche perché era sopravvissuto a gran parte dei suoi amici; passò il crepuscolo della sua vita, ormai quasi cieco, a camminare senza meta per le strade di Parigi, fin quando la morte non mise fine ai suoi vagabondaggi nel 1917.

Dans un café, dit aussi l'Absinthe – L'Assenzio

1873, Musée d'Orsay, Parigi
Come vi dicevo, Degas non apprezzava i paesaggi e le nature predilette dagli Impressionisti ed il suo lavoro si concentra su scene di vita urbana
, raffigurando prevalentemente ambienti al chiuso, soprattutto quelli destinati al tempo libero, ai divertimenti, ai piaceri e L'Assenzio è una delle opere che testimonia queste predilezioni dell'artista.

In un caffé, un luogo deputato agli incontri alla moda, un uomo ed una donna stanno seduti l'uno accanto all'altra ma entrambi chiusi in un isolamento assoluto, lo sguardo vuoto e assente, l'aspetto non curato e non curante, l'aria depressa. Sono due esseri umani, vicini, che non sembrano neanche consapevoli della presenza dell'altro: la vicinanza dell'altro, anzi, sembra accentuare la solitudine di entrambi. Lo sguardo della donna è uno dei più persi e più tristi congelati in un quadro, le spalle curve, lo spirito che sembra abbandonarsi e cadere verso il bicchiere che ha davanti.

L'opera può esser letta ed è stata vista come una denuncia alla piaga dell'assenzio, una bevanda alcolica tanto pericolosa e che stava rovinando a tal punto la società che fu messa al bando. Lo sa bene chi ha letto L'Ammazzatoio di Emile Zola, che fu inevitabilmente accostato a L'Assenzio di Degas. D'altra parte fu l'autore stesso a confidare al pittore che i suoi quadri gli erano stati d'ispirazione.

L'Assenzio è un quadro realista e lo è in maniera evidente: il bar è stato identificato con La Nouvelle Athènes in place Pigalle, un luogo d'incontro degli artisti dell'epoca, vero e proprio focolaio della vita intellettuale della bohème parigina. Ma già l'inquadratura sembra quella di una macchina fotografica, un'istantanea scattata da uno spettatore col punto di vista del pittore. Tuttavia, nonostante rifiutasse l'etichetta, Degas era un impressionista e la sensazione d'immediatezza è solo un'illusione, poiché L'Assenzio è frutto di una minuziosa e dettagliata elaborazione avvenuta in bottega.
I personaggi raffigurati sono conoscenti dell'artista, Ellen André, attrice e modella d'arte, e Marcellin Desboutin, pittore ed incisore. Dal momento che l'essere ritratti in un quadro simile danneggiava la loro reputazione, Degas dovette precisare pubblicamente che i due non erano alcolisti.
L'inquadratura decentrata s'ispira alle stampe giapponesi, ma punta prima di tutto a sottolineare il disagio ed il malessere causati dall'abuso d'alcol.


Le opere artistiche che mi colpiscono di più, devo ammetterlo, son quelle che portano in qualche modo l'attenzione su un inquietudine, un disagio, un malessere, un turbamento. L'espressione di simili condizione richiede – credo – un certo grado di sensibilità ed una grande sottigliezza tanto nel coglierli per poi ritrarli e ancor di più per renderli in un immagine. La Parigi degli anni in cui lavorò Degas era estremamente affascinante, era un centro culturale in massimo fermento; al contempo le strade erano anche piene di poveri ed ubriachi, di uomini e donne abbruttiti dal lavoro incessante e dalla fame che stordiva, quelli da cui sono partiti Zola e Balzac nei loro mastodontici cicli ritraenti il genere umano.

L'Assenzio di Degas, a mio avviso, è emblematico di quel momento e al tempo stesso è un'opera senza tempo: un bar, il bar degli incontri culturali, due persone normali, eppure annegate in un bicchiere d'assenzio.



E voi, cosa ne pensate?

3 commenti:

  1. Penso che l'immagine che hai usato dello spirito che cade nel bicchiere di fronte è molto bella :)
    Degas mi è sempre piaciuto molto: sarò banale, ma le sue ballerine mi hanno sempre affascinata, in particolare quelle ritratte dietro le quinte, o nelle "retrovie" del palco, oppure quelle dipinte durante le prove. Sono le più umane.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo perfettamente, infatti ho conosciuto Degas fin da bambina quando volevo per la mia camera dei poster con le sue opere che ritraevano le ballerine!
      Grazie per del commento e del complimento :)

      Elimina
  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina