martedì 12 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #4: Libro Quarto

I patti violati e la rassegna di Agamennone
«Ebbene, fa' come vuoi, ché in seguito questa contesa
fra te e me non divenga discordia grave fra noi.
Altro però devo dirti; e tienilo bene in mente:
quando bramando anch'io d'annientare una rocca,
quella voglia ove vivano uomini a te graditi,
non dovrai trattener la mia collera, ma lasciarmi,
perché io pure cedo volente, ma contro il mio cuore,
perché quante sotto il sole e il cielo stellato
sono città abitate da uomini terreni,
fra queste Ilio sacra m'onorava di cuore,
e Priamo e la gente di Priamo buona lancia;
ché mai mio altare mancava della sua offerta,
di libagioni, di grasso: questo è il nostro onore».



 Le parole riportate in apertura stavolta son niente meno che del signore degli dèi, Zeus. Avevamo chiuso il libro terzo con Menelao che vagava per il campo come una belva, irato per la fuga di Alessandro proprio sul più bello della loro sfida a duello. Il libro quarto si apre su uno scenario diverso, ultraterreno: siamo infatti sull'Olimpo, dove gli dèi stan tutti tranquillamente seduti attorno a Zeus, quando quest'ultimo fa saltare i nervi ad Era e Atena, dicendo che loro due son le protettrici di Menelao eppure non muovono un dito per aiutarlo, mentre Afrodite accorre sempre a difendere il suo protetto, Alessandro. Atena non osa dar voce alla propria ira, al contrario di Era che non riesce a contenersi: ne nasce una discussione tra moglie e marito, lui – ormai è chiaro – predilige i Troiani e lei invece gli Achei; il risultato dell'alterco è che Zeus si rassegna, a patto che quando sarà lui a voler distruggere una città Era glielo lascerà fare anche se si trattasse di una abitata da uomini a lei cari. Ebbene, vi sono tre città a me carissime: Argo e Sparta e la spaziosa Micene; distruggile, il giorno che tu le odiassi in cuore!, dice lei. Zeus ordina allora ad Atena di scendere in terra e di fare in modo che i Troiani colpiscano gli Achei, infrangendo i patti. Lei va, balzando in terra simile ad una stella – che immagini meravigliose! – e col solito trucchetto di assumere sembianze altrui – quelle di un eroe troiano, in questa occasione –, convince un soldato troiano un po' allocco della gloria di cui si vestirebbe se riuscisse a colpire Menelao. Il povero Pàndaro non perde tempo, subito si prepara: e quando ebbe teso in tondo cerchio il grande arco, l'arco sonò, ronzò cupa la corda, scoccò il dardo dalla punta acuta, bramando volar tra la folla.

E qui Omero mi stupisce ancora, facendo un'altra cosa che non mi sarei mai aspettata: usa la seconda persona singolare parlando direttamente a Menelao, per dirgli che i numi non si sarebbero dimenticati di lui e che Atena deviò il dardo che l'avrebbe altrimenti colpito. Ella lo allontanò dal tuo corpo, tanto quanto una madre allontana una mosca dal figlio, che in dolce sonno riposa.
Grazie ad Atena, la freccia lo scalfisce solo sul fianco, procurandogli una ferita superficiale; la vista del sangue che sgorga dal fianco del fratello è comunque sufficiente a far rabbrividire Agamennone, il quale parla subito dei patti infranti e delle conseguenze cui si sono buttati i troiani con le loro stesse mani. Ma prima di tutto Menelao deve essere curato, e ci pensa l'eccellente guaritore Macàone.

Intanto Agamennone si fa un bel giretto per tutto il campo, tra i vari gruppi achei e i loro capi. Si assicura che tutti si stiano preparando, a seconda dei casi incita, incoraggia o rimprovera; è una parte in cui ci viene ricordato da quanti posti diversi vengano i soldati greci, di quanto sia eterogenea la loro compagine. Ci viene ricordato il valore di alcuni eroi, la prontezza di altri. E, in tutto ciò, Achille ancora non si rivede.

Infine assistiamo alla battaglia, raccontata con la consueta nitidezza e con quelle similitudini di cui credo solo Omero sia capace, in grado di costruire con poche parole dettagliate immagini nella testa del lettore. Gli eserciti vengono paragonati ai moti del vento, al flusso di due torrenti che precipitando dai monti urtano al confluente l'acqua rabbiosa / delle fonti abbondanti dentro cavo dirupo. Dalla massa di voci e corpi, di colpi presi e dati, ogni tanto l'attenzione si focalizza su due precisi combattenti, e veniamo a sapere chi riesce ad avere la meglio. D'impatto il passaggio in cui si parla delle urla dei troiani, accomunate al belare delle pecore nella corte d'un uomo ricchissimo: perché non era uguale la voce di tutti, né uno il linguaggio, / ma mischiata la lingua; erano genti diverse. Che si ritrovano però a combattere la stessa guerra. Quanto mai suggestive queste tre righe:
E questi spronava Ares, quelli Atena occhio azzurro,
e Terrore e Disfatta e Lotta senza misura furente,
sorella e compagna d'Ares massacratore;
Immaginare queste entità che corrono tra gli uomini, incitandoli a non mollare, a combattere finché le gambe li tengono in piedi. E quando gli achei sono in vantaggio ed i troiani sembrano quasi indietreggiare scoraggiati, si scomoda anche Apollo che sdegnato grida loro che gli achei non hanno mica la pelle di pietra o d'acciaio e che l'unico davvero temibile, cioè il semidio Achille, non sta neanche combattendo! Il combattimento va avanti, tra soldati già caduti, altri allo stremo: (...) molti, quel giorno, dei Teucri e degli Achei proni nella polvere rimasero stesi accanto.



Ebbene, che dire. Ormai sono completamente coinvolta da questa lettura, mi sono abituata allo stile, al ritmo, alle dinamiche e mi ci lascio trasportare che è un piacere. Di volta in volta sono solo sempre più curiosa di vedere come proseguirà. Ammetto che al momento sono in attesa del ritorno di Achille, di cui in realtà mi ero quasi dimenticata. Ho trovato questo quarto libro particolarmente fluido e scorrevole e mi sono piaciute molto tutte le parti dedicate agli dèi, che continuano ad esser quelli che rimescolano le carte in tavola. E comunque, ancora non ho deciso da che parte sto, se da quella degli achei schinieri robusti o dei troiani domatori di cavalli.

2 commenti:

  1. Non c'è nulla da fare: Omero ha uno stile visionario, che permette di immaginare con chiarezza ogni scena, dalla più realistica a quella con il maggior grado di elementi fantastici, e nella polvere della mischia, a mio parere, dà il meglio di sé! Quanto alla seconda persona, mi complimento con te per aver notato un particolare poco considerato in genere dai lettori: sono rari i momenti in cui Omero ricorre a questo tipo di espressione, come se immaginasse se stesso di fronte ai suoi personaggi e, a meno che non mi sfugga qualche altro passo (può essere, essendo trascorso qualche tempo dall'ultima lettura), accade soltanto qui e nell'Odissea, quando il poeta apostrofa direttamente Eumeo: qui il fratello del capo degli Achei, là un umile porcaro... curioso, no?

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    1. Molto! Sarà per un'idea scolastica o chissà cosa, ma mi aspettavo che il poeta non si esprimesse mai "direttamente", per questo mi ha colpito l'uso dei pronomi personali: sia in quest'occasione che quando in un libro precedente dice addirittura "io". Concordo con te sulla mestria di Omero nelle scene di battaglia. Prima di iniziare temevo potessero annoiarmi invece ora ho scoperto che sono quelle in cui trovo le immagini più belle!

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