giovedì 28 gennaio 2016

Due dopoguerra a confronto, parte seconda

Ieri era il Giorno della Memoria, e com'è giusto che sia in moltissimi avete dedicato tempo e spazio all'argomento. Io, invece, mi sono ritrovata in questo periodo a leggere due bellissimi libri che parlano del dopo, il dopo di chi la guerra è stato costretto a farla e subirla. Del primo dei due libri in questione ho parlato pochi giorni fa, ed era E non disse nemmeno una parola del tedesco Heinrich Böll; oggi invece resto entro i confini nazionali e vi presento un romanzo che mi è piaciuto immensamente: La paga del sabato del grandissimo Beppe Fenoglio.

Durante il mio primo anno di Università ebbi la fortuna d'incappare in un corso di Letteratura italiana moderna e contemporanea che mi ha dato veramente tantissimo. In quell'anno sotto molti aspetti difficile e complicato per me, fu l'unico corso che seguì per tutto il semestre con pieno e anzi crescente entusiasmo, in cui mi gettai a capofitto studiando con vivo interesse e fremente passione. Merito degli argomenti del programma e di una docente a mio avviso straordinaria. Frequentare le sue lezioni mi aprì davvero un mondo, mi permise di scoprire una letteratura italiana che non conoscevo e neanche immaginavo. La prima parte di questo corso s'incentrava sulla prima metà del Novecento ed in particolare sugli anni del dopoguerra: questo momento storico ebbe in Italia il merito, se non altro, di spingere alla scrittura uomini che forse, altrimenti, avrebbero fatto tutt'altro. Molti di quelli che poi si sono rivelati tra i migliori scrittori del nostro Paese, infatti, son stati spinti alla scrittura proprio dalla necessità di raccontare quanto vissuto, di portare la propria testimonianza e non lasciare che quel loro vissuto andasse perso nell'inesorabile corso del tempo.

Certo, il torinese Beppe Fenoglio (1922-1963) non è esattamente tra questi, lui un interesse ed una vocazione letteraria probabilmente li aveva già dentro, infatti prima di esser chiamato alle armi frequentò per tre anni la Facoltà di Lettere. Tuttavia, anche nel suo caso l'esperienza della guerra - affrontata nel suo caso assieme ai partigiani - divenne preponderante nella sua scrittura, lasciando davvero poco spazio ad altri argomenti. La sua opera più conosciuta, letta, studiata e celebrata è senz'altro Il partigiano Johnny, che venne pubblicato postumo, nel 1968, dalla casa editrice Einaudi. Così come potremmo definire postumo anche La paga del sabato, rimasto inedito fino al 1969: si tratta di un romanzo reduce da una storia editoriale un po' travagliata, le cui vicende si leggono nello scambio epistolare tra Fenoglio e i suoi colleghi scrittori, soprattutto Calvino. Calvino e la Ginzburg erano assolutamente convinti del valore e del potenziale del breve romanzo di Fenoglio, il quale invece non era altrettanto sicuro e cede quindi ai consigli di un altro intellettuale dell'epoca, Elio Vittorini, direttore de I gettoni. Fenoglio trae dal suo romanzo dei racconti con quelle che giudica le scene migliori del libro e in tale forma vengono pubblicati nell'editoriale di Vittorini. Ma sarebbe stato un vero peccato non poter leggere La paga del sabato nella sua interezza, perché per quanto breve è un libro bellissimo, forte e sincero.

Innanzi tutto, ha una delle prime pagine più belle che io abbia mai letto. Si apre nella cucina della casa dove il protagonista, Ettore, un giovane appena sopra i vent'anni, vive coi suoi genitori. Ettore è seduto a tavola, fuma, e guarda la madre che gli dà le spalle, impegnata ai fornelli.
Stava a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando i grossi elastici subito sopra il ginocchio.
Ettore l'amava.
E quel l'amava è come il suono di un gong, l'avvertimento di un pericolo imminente, perché subito dopo per un'inezia Ettore comincia a gridare contro sua madre, più lei non dice niente e più lui si arrabbia e le urla contro. Il problema è che Ettore non lavora, la guerra è finita da tanto, lui è stato tanto fortunato da tornare tutto intero eppure ancora non si comporta da uomo e non va a lavorare. Ettore prova tanta rabbia, si sente in diritto di esser lasciato in pace e anzi di ricevere riconoscenza e rispetto, perché lui ha fatto la guerra. Il rapporto tra Ettore e i suoi genitori è tanto semplice quanto complicato: lui li ama davvero immensamente, desidera che sua madre sia tranquilla, che suo padre si goda in pace la vecchiaia; il padre vuole che il figlio diventi un uomo per bene e si rimbocchi le maniche, sua madre altrettanto. Tutti nella stessa direzione, quindi, eppure se uno solo accenna all'argomento la casa trema per le urla e la rabbia.
La difficoltà di Ettore non è tanto lavorare o meno, la voglia di rimboccarsi le maniche se c'è o no: il suo demone è il reinserimento nella società, nella vita "normale", con cui lui ormai sente di non c'entrare più niente. E quando il padre gli trova un posto alla fabbrica di cioccolata lui ci prova, fa un tentativo e la mattina si presenta davanti alla fabbrica per l'orario di apertura. Resta a distanza, nascosto, a guardare gli uomini e le donne che aspettano di entrare. E pensa:
- No, no, non mi tireranno giù nel pozzo con loro. Io non sarò mai dei vostri, qualunque altra cosa debba fare, mai dei vostri. Siamo troppo diversi, le donne che amano me non possono amare voi e viceversa. Io avrò un destino diverso dal vostro, non dico più bello o più brutto, ma diverso. Voi fate con naturalezza dei sacrifici che per me sono enormi, insopportabili, e io so fare a sangue freddo delle cose che a solo pensarle a voi farebbero drizzare i capelli in testa. Impossibile che io sia dei vostri.
 Infatti in quella fabbrica non metterà mai piede. Se ne va da lì e va a cercare Bianco, un ex partigiano come lui che fa girare tanti soldi, ed Ettore sa bene in che modo riesca a procurarseli. Tempo prima Bianco gli aveva detto che in qualunque momento gli andasse di entrare in affari con lui, poteva andare a cercarlo. Allora Ettore va a cercarlo, lo trova, e in un attimo è in affari con Bianco e Palmo, che entrambi reputano stupido. Con loro Ettore partecipa a diverse "missioni" ed è solo con loro che Ettore sembra riuscire ad integrarsi, loro che hanno visto e fatto le stesse cose che ha visto e fatto lui. Ma l'episodio più significativo che li vede tutti e tre assieme a mio avviso è il momento in cui in una domenica di festa tornano in un campo dove c'era stata una battaglia:
Si voltò dalla parte di Bianco e Palmo, a quei due sì che aveva fatto effetto ritrovarsi sulle colline, perché si muovevano con scatti infantili, puntavano il dito dappertutto e avevano gli occhi piccoli e lustri e Ettore poteva leggerci il barbaro sentimento che quelli erano stati tempi felici e che il destino sarebbe stato ingiusto se non gliene riservava un altro pezzo prima di morire. Ettore era impressionato per sé e per loro, si domandava come facevano quei due a non essere cambiati da allora mentre lui era cambiato tanto da non riconoscersi più, cominciò a dirsi che forse era perché loro non l'avevano fatto bene il partigiano, non ci avevano messo tutto, non ci si erano esauriti, ma questa conclusione andava a rompersi contro Bianco, e allora lui la cambiò, si disse che era perché loro non avevano avuto, dopo la guerra, la persona o il fatto o il ragionamento che ci mettesse una pietra sopra. Lui aveva avuto Vanda.
 Vanda ovviamente è la donna di Ettore, che ai giorni nostri definiremmo appena una bambina. Vanda ha diciotto anni, ed è un personaggio bellissimo. O per meglio dire, ho trovato bellissime le frasi con cui Fenoglio appena appena la descrive, oppure gli scambi di battute tra lei ed Ettore, tutti. Come questo ad esempio:
- Perché? - gli disse poi Vanda.
- Perché tu mi piaci, mi piaci troppo. Io metterei la mia vita tra le tue gambe. Devo stare ben attento a non perderti.
Lei si protese sulla ringhiera: - Non mi perdi, non mi perderai mai, se dipende da me. Sei solo tu che puoi far sì che tu mi perda.
- Lo so, lo so. Proprio per questo.


La paga del sabato quindi racconta la guerra di Ettore che comincia quando la guerra è finita. Ettore deve lottare per accettare il fatto di esser tornato, che quel frangente di storia e di vita deve lasciarselo alle spalle; e lo capisce solo dopo aver cercato di trattenerlo buttandosi nell'adrenalina del pericolo con Bianco e Palmo. Ma in quel campo, dove c'erano croci a ricordo dei ragazzi morti in battaglia, Ettore si ricorda all'improvviso la lezione che aveva imparato, e cioè non finire sottoterra. Si rende conto di esser molto stupido a mettersi di nuovo nelle condizioni di correre rischi dopo essersi già salvata la pelle. Ettore riesce così, finalmente, a mettersi nella prospettiva di far qualcosa di "normale", di testa sua magari ma normale, di rientrare in una vita come quella che hanno gli altri.
E proprio allora, come spesso accade, il destino agisce in tutta la sua crudeltà, noncurante dei buoni propositi di Ettore.



L'ho già detto ma lo ripeto: è un libro bellissimo, che tutti dovete assolutamente leggere. Fenoglio, per quanto citato nelle cerchie accademiche, è troppo poco conosciuto presso il grande pubblico. Perciò leggetelo, leggetelo, leggetelo e fatelo leggere anche ad amici e parenti perché è un autore straordinario, che scrive in un italiano semplice ma bello, che pur venendo da un'epoca vicina ha già un sapore molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Non vedevo l'ora di approcciarmi direttamente a questo autore, ed è stata un'esperienza estremamente appagante, che mi lascia col desiderio di averne ancora.

2 commenti:

  1. Fenoglio non è nella mia libreria, ma DEVE assolutamente trovarci uno spazio. Promesso.

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    1. L'hai detto: DEVE. Aspetterò con trepidazione un tuo post su questo autore!

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