domenica 20 agosto 2017

L'arte di collezionare mosche, Fredrik Sjöberg

Nessuna persona sensata si interessa alle mosche

Fredrik Sjöberg è un entomologo svedese, in particolare studia le mosche, per esser precisi è un esperto di sirfidi; già, perché a noi persone comuni, ignari delle infinite sfumature del mondo degli insetti, le mosche paiono tutte uguali: notiamo al massimo una differenza di dimensioni, che ci limitiamo a sottolineare definendo "moscone" una mosca più grande del normale, fino a scendere al "moscerino" quando la creatura alata che ci disturba è particolarmente piccola. Invece, solamente in Svezia esistono 2284 tipi diversi di mosche. I sirfidi sono soltanto una di queste specie, a loro volta suddivise in centinaia di sotto-specie (se così si possono definire). Ecco, Fredrik Sjöberg ha deciso di dedicare la sua intera vita di studioso e collezionista a questa particolare varietà di mosche, i sirfidi, e lo fa sull'isola dove si è stabilito dal 1986, l'isola di Runmarö, nell'arcipelago di Stoccolma. Un luogo che viene definito un paradiso naturale e che l'autore descrive - con un'immagine che mi è rimasta subito molto impressa - "una lunga domenica di quindici chilometri quadrati". Il solo fatto di vivere su un'isola, peraltro un'isola così piccola, scatena in Sjöberg moltissime riflessioni. Perché proprio lì? 

L'isola di Runmarö
E' una domanda che ogni abitante di Runmarö si è sentito porre almeno una volta da che vi si è stabilito, quasi avesse fatto una scelta tanto estrema da dover necessariamente essere giustificata. Per Sjöberg il quesito si pone d'inverno, quando col sole che tramonta già nel primo pomeriggio ed il paesaggio tutto ricoperto di neve e di ghiaccio la vita sembra quasi fermarsi. La risposta, però, arriva puntualmente ogni primavera, e poi ancor di più d'estate: il verde che brilla, tutto che sboccia e fiorisce, la possibilità di starsene anche tutto il giorno immerso nella natura in paziente attesa di un nuovo insetto, sempre con la speranza di catturare qualcosa di raro.


L'arte di collezionare mosche non è certo il primo libro che Sjöberg abbia scritto, è però il primo che è stato tradotto in Italia ed il primo che, anche nel resto del mondo, ha riscosso un successo di pubblico che né l'autore né l'editore si aspettavano. Pare che la formula vincente sia l'impossibilità di classificare quest'opera: non è una biografia, non è un saggio, non è un romanzo, non è un'autobiografia ma è tutto questo insieme e no, il risultato non è affatto un guazzabuglio confuso e confusionario, tutt'altro.
Sin dalle prime righe Sjöberg si conquista la simpatia del lettore, raccontando di quando - prima di entrare ufficialmente nella società delle mosche - faceva il trovarobe a teatro, cioè cercava e si occupava degli oggetti necessari alla scenografia, spesso bizzarri, difficilmente reperibili oppure non semplicissimi da gestire (come un agnello vivo, col tempo divenuto pecora, che lui ogni sera si portava al guinzaglio per tutta Stoccolma). Sjöberg stava in realtà tentando di fuggire dal suo destino di entomologo ed anche di trovare una ragazza perché - diciamocelo - quante ragazze si interessano alle mosche?
Da questo momento in poi il lettore è pronto a seguire le dissertazioni di Sjöberg, quale che sia l'argomento, e di argomenti lui ne affronta davvero tanti. Ci racconta ricordi della sua vita di studioso e di isolano, condivide con noi riflessioni su questioni senza tempo che gli stanno a cuore - come il tema della lentezza, spesso ci parla di romanzi o di autori che gli hanno lasciato qualcosa d'importante; ci parla anche dei suoi oggetti di studio, ovviamente, gli insetti in generale ed i sirfidi in particolare, ma l'amore di Sjöberg abbraccia la natura tutta e non esita a trasmetterci la sua emozione per certi paesaggi, certe luci, certe piante. Molta parte del libro, però, è anche dedicata a René Malaise, un esploratore dei primi del Novecento, che nonostante pochi lo sappiano era svedese, inventore di una trappola per insetti tutt'oggi insuperata. Sjöberg si appassiona alle avventure di questo entomologo (almeno nella prima fase della sua carriera), che assieme ad altri pazzi ha raggiunto luoghi estremi della Terra per amor della ricerca, un uomo che ha toccato le vette di fama, successo, celebrità e poi è stato dimenticato da tutti. Per sua stessa ammissione, Sjöberg ha un debole per i Grandi Dimenticati e devo dire che in questo sono pienamente in sintonia con lui. Provo sempre un pizzico di adrenalina quando, in un modo o nell'altro, vengo a contatto con le storie di grandissime personalità, che chissà come e perché con l'avanzare del tempo sono invece state lasciate in disparte. 
Assieme alla storia di Malaise, Sjöberg ci permette di scoprire moltissimi altri nomi di studiosi, giornalisti e scrittori, come quello di Ester Blenda Nordström, una donna vulcanica, piena di fascino e di carisma, sfuggente, affascinante come poche ed incredibilmente all'avanguardia, che già negli anni Venti si dedicava all'inchiesta, vivendo sotto copertura nelle situazioni più scomode che riusciva a trovare per poi poterne scrivere. Sjöberg fa inevitabilmente nascere il desiderio di recuperare i titoli che cita di quest'autrice, che tra le tante avventure della sua vita conta anche qualche escursione assieme a Malaise.

Avevo già scoperto di amare la letteratura che tratta di animali e natura con L'anello di re Salomone di Lorenz, ed anche se L'arte di collezionare mosche è qualcosa di completamente diverso - probabilmente unico nel suo genere - è stata una conferma di questa passione accentuatasi, potrei dire, negli ultimi cinque anni. Ciò che più mi ha conquistata di Fredrik Sjöberg, devo dire, è stata la sua grandissima e brillante autoironia. Ho un debole per chi è capace di evitare di prendersi sempre troppo sul serio, per chi ha l'intelligenza di ridere di se stesso piuttosto che lasciare che siano gli altri a farlo, con conseguenze quasi sempre spiacevoli. Sjöberg, pur facendo capire con quanta passione e con quanta dedizione egli viva la sua professione ed il suo posto all'interno del mondo dell'entomologia, (si) prende in giro su tutte quelle che sono le caratteristiche della società degli insettologi e, in uno spettro più ampio, dei collezionisti.
I momenti esilaranti di questo libro sono davvero tanti, come quando Sjöberg racconta di come le persone che lo incontrano ben equipaggiato per la caccia si sentano sempre in diritto se non addirittura in dovere di chiedergli cosa mai stia facendo e di come lui, quando non ha voglia di spendere tutto il suo tempo in quelle che possono diventare brevi conferenze sui sirfidi, risponde semplicemente di essere un collezionista di farfalle, perché le farfalle, essendo belle e colorate, stanno bene a tutti e nessuno sente il bisogno di porre ulteriori domande; certo, questo quando non ha la sfortuna di imbattersi in un'ecologista incallito, al quale allora apparirà come un brutale assassino. La vita di un entomologo non è affatto tranquilla come potrebbe sembrare. Oppure ho riso moltissimo quando Sjöberg racconta che negli ultimi anni c'è stato un "boom dei sirfidi", il che significa che in tutta la Svezia ci sono più di cinque persone che se ne occupano.

L'arte di collezionare mosche ha superato le mie aspettative (che a dire la verità erano piuttosto vaghe, perché non sapevo bene cosa avrei trovato dentro questo libro), rivelandosi una lettura allegra, frizzante e piacevolmente leggera, che infatti ho portato a termine in soli tre giorni. 215 pagine perfette da scorrere su una sdraia a bordo piscina, o sul divano negli oziosi pomeriggi estivi. Davvero consigliatissimo, soprattutto a chi è in certa di un libro diverso dal solito. Appena mi sarà possibile acquisterò sicuramente gli altri libri che Iperborea ha recentemente pubblicato di questo autore, dove Sjöberg ha raccontato le vite e le avventure di altri outsider dimenticati delle scienze naturali - termine che Sjöberg (ed anche io) preferisce di gran lunga al più freddo "biologia".


No, non è un'ape, è un grazioso sirfide! 

lunedì 14 agosto 2017

Canale Mussolini, Antonio Pennacchi

Prendete qualcosa da mangiare, una bella bibita fresca e - come si suol dire in questi casi - mettetevi comodi. Non so ancora che cosa scriverò, raramente strutturo un post in anticipo, mi lascio sempre trasportare dall'ispirazione del momento stesso in cui comincio; quel che stavolta so per certo è che quella che andrete leggendo adesso sarà una recensione particolarmente lunga. Ne sono certa perché il romanzo di cui vi parlerò merita un commento approfondito, perché racconta una storia e al contempo la Storia, perché arrivata all'ultima pagina ho potuto esclamare che mi era piaciuto da matti. Sento anche che sarà piuttosto difficile scriverne, la paura di sminuirne i contenuti un po' mi frena, ma ci metterò tutto l'impegno possibile sperando di rendere giustizia al grandissimo lavoro fatto da Antonio Pennacchi (Latina, classe 1950).

Io spero che voi abbiate avuto il tempo, il modo, l'occasione di stare con i vostri nonni e spero tantissimo per voi che loro vi abbiano raccontato spesso e tanto della loro infanzia, della vita che hanno fatto i loro genitori - i vostri bisnonni - e dell'epoca che hanno retto sulle proprie spalle. Ben due conflitti mondiali con relative premesse e conseguenze, tra l'una e l'altra una parvenza di ripresa, di ritorno all'ordine e poi di nuovo la rovina. La maggior parte dei nostri nonni dice cose come: "Eh, Mussolini avrà fatto un sacco di sbagli, però quello che ha fatto lui per l'Italia non l'ha più fatto nessuno!", ma come fai a parlarne bene, non era un dittatore?, rispondiamo noi increduli, perplessi, incapaci di comprendere; se avete avuto il tempo di ascoltare i vostri nonni, però, forse qualcosina di più potreste anche capirla.
I miei nonni paterni abitano sotto di me. Mio nonno non racconta molto, canta spesso. Vecchie canzoni che cantavano tra compagni, canzoni dalla melodia allegra ma con testi piuttosto tristi, che parlano della separazione dalla famiglia, dalla propria innamorata lasciata a casa - aspettami, aspettami dicevano spesso quelle vecchie canzoni -, di luoghi di nessuno e delle vite di soldati semplici, dimenticati da tutti, celebrati soltanto da un canto inventato da chissà chi, rimasto in testa a chi l'ha ascoltato. Mia nonna invece, è stata lei che mi ha raccontato tantissimo. Lei che viene dagli stessi luoghi in cui è nato Pennacchi e che è nata proprio da una storia come quella che lui ha raccontato in Canale Mussolini.
Senza scendere troppo nel sentimentale, per me non c'era nulla di freddo o di estraneo dentro questo romanzo. Era quasi come se conoscessi già quei luoghi, quelle persone, quei giri di vite.

Latina - che prima si chiamava Littoria e prima ancora non esisteva proprio - è una città del Lazio affacciata sul mare. Intorno ci sono una serie di paesi più piccoli, alcuni anch'essi affacciati sul mare, altri che iniziano ad arrampicarsi sulle montagne; dove adesso si trova Latina negli anni Venti non c'era niente o per meglio dire c'era un disastro: zona paludosa, che si mangiava ettari di terreno, una zona inavvicinabile, pericolosa, zona malarica con la zanzara anofele che mieteva ogni anno un sacco di vittime. La vedevi la gente che gli si iniziava a gonfiare la pancia ed ingiallire la pelle, oppure da un giorno all'altro gli veniva una febbre lancinante, cominciava a tremare e ventiquattr'ore dopo era finita, già arrivato nell'aldilà. L'unica arma era il chinino, un farmaco che tutti da quelle parti dovevano prendere obbligatoriamente ogni mattina; era preventivo e qualche volta riusciva a curare persino i primi sintomi. Rovinava i denti, però, ed oggi i nostri nonni dicono chissà che cosa c'era dentro.
Erano un problema serio, queste paludi, che qualcuno aveva pure cercato di risolvere sin dall'epoca romana. Quello che c'era andato più vicino era stato Papa Pio VI nel Settecento, che però la prima volta che è andato a controllare i lavori s'è beccato una puntura di zanzara e arrivederci e grazie, morto stecchito con la febbre pure lui. Persino Napoleone c'ha provato, almeno a chiacchiere. Bisognava aspettare lui, per vedere i fatti, l'Uomo mandato dalla provvidenza, Benito, il Duce, Mussolini.



Nel romanzo di Pennacchi lo conosciamo che è soltanto un ragazzino che un po' alla volta s'interessa di politica ed inizia ad esprimere certe idee in piazza che fanno entusiasmare la gente, lassù in Altitalia (come si diceva una volta), e che i coetanei non vedono l'ora d'invitarlo a pranzo, quando passa dalle loro parti. Dalle parti dei Peruzzi c'è passato più di una volta, finché non è diventato più importante, ma anche allora - anche quand'era il capo incontrastato - dei Peruzzi non s'è dimenticato. E sono loro - non tanto Mussolini - i protagonisti del romanzo di Antonio Pennacchi.

I Peruzzi sono una famiglia veneta come all'epoca ce n'erano tante, una famiglia di stampo matriarcale che finché c'è ancora un metro di spazio vivono tutti sotto lo stesso tetto, pure i figli cresciuti con le mogli e tutti i figli man mano che arrivavano. Famiglie numerosissime, quindi, e di Peruzzi ce n'erano a non finire. Con nomi forti, altisonanti, esplicativi, che oggi nessuno si sogna più. Pericle, Temistocle, Bissolata, Santapace, Iseo, Paride, Adrasto. Nomi così.
Gente con le unghie sempre sporche di terra, i Peruzzi, che capisce le piante e sa parlare con le bestie. Sempre a spaccarsi la schiena tutti quanti da mattina a sera, nessuno escluso, pure i bambini non appena imparavano a fare qualche cosa. Ma questa era la vita di un tempo ed anzi loro, che erano mezzadri, se la passavano pure meglio di tanti altri più disgraziati. Finché non è arrivata la legge quota 90. La legge quota 90 era un progetto di rivalutazione della moneta nazionale, la lira, svalutata dalle conseguenze del primo conflitto mondiale; nelle intenzioni l'obiettivo era rendere vantaggioso lo scambio con la sterlina - all'epoca molto più forte della lira - e favorire quindi i commerci internazionali, nei fatti però - almeno quelli che riguardavano la gente vera come i Peruzzi e non le trattative fatte intorno alle tavole rotonde - fu una rovina. I Peruzzi, come tanti altri, si trovarono i conti per i quali lavoravano la terra che bussavano alla porta ed essendo stati rovinati pure loro dalla quota 90 adesso pretendevano il pagamento di tutti i debiti lasciati in sospeso e che si era sempre detto pian piano si saldano, non c'è problema. Adesso il problema c'era eccome, caccia i soldi, paga tutto e subito. Visto che di soldi non ne aveva nessuno, i conti si son presi tutte le bestie - creature di famiglia - e buttati fuori a pedate nel sedere, lavoro non ce n'è più, arrivederci e grazie.
Allora Pericle e Temistocle si son messi in sella a due biciclette e hanno pedalato fino a Roma, fino a Palazzo Venezia, dove erano certi di trovare il Rossoni, braccio destro di Mussolini, che aveva passato una notte incarcerato assieme al padre loro.

Appena arrivati a Palazzo Venezia la guardia li ha fatti rinchiudere, ma una volta sceso il Rossoni quello gli ha detto ma casso fai, sti qua son Peruzzi! e appena liberati via di abbracci e pacche sulle spalle. Più tardi è passato persino Mussolini in persona e dopo un attimo di titubanza anche lui s'è aperto in un sorriso esclamando ah, ma varda là i Peruzzi! Ecco che gente erano, i Peruzzi, accolti a braccia aperte pure a Palazzo Venezia. E di motivi ce n'erano, a partire dal nonno che era stato in cella col Rossoni, passando per certi fatti che hanno a che fare con un paio di preti e nondimeno più d'un Peruzzi aveva combattuto valorosamente con e per la patria ogni volta che ce n'era stato bisogno, s'erano fatti il '15-18 e quant'altro, medaglie al valore e tutto il resto.
Fatto sta che adesso stavano con le pezze al culo e dal Rossoni c'erano andati per dirgli di dire ai conti di ridargli tutte le bestie. Invece il Rossoni gli ha detto eh no, a quello lì non posso dirgli niente perché sulla carta ha ragione, ma che problema c'è Peruzzi, fate armi e bagagli e venitevene qui, c'è in corso un progetto Peruzzi che non hai idea.

Il progetto in questione era la bonifica delle paludi pontine, quelle paludi malariche che nessuno prima era riuscito a sistemare. Serviva tanta, tanta manodopera che si sporcasse la mani e Mussolini, non avendone abbastanza nel Lazio, aveva deciso di portarsela dal nord, dove tanto stavano tutti a puzzarsi dalla fame. Per convincerla, aveva fatto costruire dei poderi lungo tutto l'argine del futuro canale - per adesso ancora palude - e aveva detto: voi partecipate alla bonifica, vi lavorate la terra del podere vostro e tra dieci anni sarà tutto vostro, mai più mezzadri o sotto padrone, i padroni diventate voi. Dopo aver fatto un sopralluogo i Peruzzi si son decisi - tanto quanta altra scelta avevano? - Pericle e Temistocle hanno ri-pedalato fino a su, hanno impacchettato il poco che avevano, presi tutti i componenti della famiglia, salutati quelli che rimanevano lassù e via dentro a un treno destinazione Littoria - che, tra parentesi, l'ha costruita poi la gente di Mussolini.
Le condizioni per avere il podere erano queste: bisognava essere iscritti al partito fascista, bisognava essere una famiglia molto numerosa (servivano braccia), bisognava che almeno un componente fosse eroe di guerra (l'organizzazione dei lavori Opera combattenti si chiamava, non a caso) e bisognava essere mezzadri professionisti, esperti sia della terra che degli animali. I Peruzzi tutti ce li avevano questi requisiti, ma voi non immaginate le carte false che ha fatto la gente per scappare dalla miseria. Carte false che aggiungevano un sacco di componenti a famiglie troppo smilze, ciabattini che appena si trovavano la prima mucca maremmana davanti - che ha certe corna che a primo impatto hanno inquietato pure i Peruzzi che pure le bestie le conoscevano bene - le mani giusto in testa potevano mettersele.

E se pensate che i Peruzzi furono gli unici ad intraprendere il viaggio vi sbagliate di grosso, perché fu un esodo da tutto il nord Italia qui nel sud del Lazio, con la gente di qua che li chiamava cispadani e quelli di su che chiamavano marochìn la gente di qua. Si picchiavano nelle osterie all'inizio, poi pian piano per forza di cose capitava che si sposavano tra cispadani e marochìn e allora cominciò a venir su una nuova generazione "mista" e quando poi scoppiò la seconda guerra mondiale si unirono tutti quanti ad aiutarsi l'un l'altro, senza che esistesse più alcuna differenza.

Quella di Antonio Pennacchi, quindi, è la Storia della bonifica delle paludi dell'agro-pontino, di come quest'opera grandiosa abbia segnato la vita di milioni di italiani, mischiando popoli completamente diversi per linguaggio, abitudini e cultura che pure hanno imparato a convivere ed andare d'accordo. Più in generale, Pennacchi ha raccontato la parabola di Mussolini, da quand'era un ragazzino carismatico, a quando è diventato il Duce adorato da tutti per la parvenza d'ordine e di benessere che stava portando col suo governo, a quando ha fatto amicizia con Adolf Hitler e di buono non ha più fatto niente.
Pennacchi però ha saputo raccontare la parte storica in maniera insolitamente leggera, facendo parlare anche i grand'uomini della politica nello stesso linguaggio dei Peruzzi, quello popolare e del dialetto veneto, col risultato che nei momenti in cui la lettura poteva farsi pesante o noiosa per chi non s'appassiona alla politica, alle questioni burocratiche e tecniche, ci si fa invece inevitabilmente una risata, ad immaginare che persino Hitler - 'Dolfo - parlasse in veneto con gli amici suoi.

Come vi ho già spiegato, poi, la Storia è raccontata con la storia dei Peruzzi ed i Peruzzi sono dei personaggi stupendi - tutti, dal primo all'ultimo - folcloristici e veri come solo la gente di paese di un tempo può essere. Ignoranti delle cose dei libri, ma pratici delle cose materiali come noi - che pure abitiamo dentro questo mondo -, con tutte le nostre letterature e filosofie sapremo mai essere. Quelli mettevano un dito fuori e sapevano che tempo avrebbe fatto, guardavano una vacca e capivano se avrebbe partorito quel giorno o meno. Gente straordinaria, i Peruzzi, come tutti quelli del loro stampo.
L'Italia non è un Paese che, specie di questi tempi, faccia nascere un gran sentimento patriottico. A leggere questa storia però, che è la vita che hanno fatto i nostri nonni e bisnonni, nasce un sentimento di appartenenza, un riconoscere le proprie radici, il bisogno e la voglia di dire a queste persone grazie per avercela messa tutta, che poco ma sicuro un grazie non gliel'ha mai detto nessuno - anzi, già quello che facevi era sbagliato: se eri partigiano, se eri fascista, se avevi combattuto in guerra, se non ci avevi combattuto; ma il problema principale, per la gente normale, non erano gli ideali, era la fame e qualsiasi cosa era fatta soltanto per non soffrire quella e per non farla soffrire ai figli. Tutto qua. Tanta fatica e quasi nessuna soddisfazione, i Peruzzi maschi in giro per il mondo ad ogni guerra - qualcuno neanche è più tornato - e le donne a casa a spezzarsi la schiena peggio di prima.

Le pagine di questo libro sono 455 ed io potrei scrivere approfonditamente di ogni singolo episodio. E' un romanzo denso, denso come solo un racconto sincero, di famiglia può essere. Il narratore è un Peruzzi egli stesso, che racconta ad un ascoltatore silente la storia di questa immensa e pittoresca famiglia. Grazie al romanzo di Antonio Pennacchi, vincitore sia del Premio Strega che del Premio Campiello, ho approfondito senza mai annoiarmi la storia del nostro Paese e con le vicende dei Peruzzi mi sono appassionata, affezionata, ho riso e mi sono commossa. I Peruzzi non è gente che parla d'amore e si abbraccia spesso, proprio per questo basta davvero poco per far salire qualche lacrima agli occhi del lettore, quando un figlio parte per l'ennesima volta e la madre non può sapere se lo vedrà tornare, quando di fronte a circostanze che a noi scatenerebbero il puro terrore loro raddrizzano le spalle e ci vanno incontro a testa alta, quando un vecchio amico torna e sulla porta urla Scàmpame Peruzzi, scàmpame! in memoria di certi vecchi tempi neanche troppo belli.

Quando mia nonna me l'ha prestato non ero affatto sicura che questo libro potesse piacermi, quando l'ho iniziato neanche. L'ho letto con calma, senza fretta, mettendoci una certa dose d'impegno; appena ho iniziato a conoscere meglio i Peruzzi però non avrei più potuto abbandonarli, soprattutto al Pericle, leone dei Peruzzi, che tra tanti riesce a spiccare sin da subito.
Ad oggi vi dico che dovreste proprio leggerlo, semplicemente perché siete nati o vivete in questo nostro stranissimo Paese. Conoscere certi pezzi della nostra storia, conservarne la memoria, è il minimo che si può fare per chi, senza nulla in cambio, ha dato tutto pur di farlo reggere ancora in piedi. Come scrive Antonio Pennacchi in prima pagina, anche se non esiste nessuna famiglia Peruzzi, non esiste nessuna famiglia vissuta a quei tempi alla quale non siano capitate almeno alcune delle cose che capitano ai Peruzzi. E che voi lo sappiate o meno, abbiamo tutti almeno un parente cispadano o un parente marochìn; un parente che è rimasto dalle parti di Latina o che dalle parti di Latina è arrivato nella Val Padana. Tutto, a causa del Canale Mussolini.



Grazie ad Antonio Pennacchi per aver scritto questo romanzo. Grazie a tutti i Peruzzi per averci almeno provato.





giovedì 10 agosto 2017

Quella volta che ho lottato per un libro come Carrie Bradshaw per un paio di Jimmy Choo's

Avete presente quelle scene patetiche che vediamo spesso nei film e telefilm americani - o anche proprio da servizi pseudo-giornalistici - che immortalano la pazzia durante i saldi nei grandi magazzini? Non parlo tanto delle orde di gente che si spinge per entrare nel negozio e neanche tanto delle corse a chi arriva primo calpestando impietosamente qualche disgraziato inciampato nei lacci delle sue stesse scarpe; penso più che altro a quelle immagini in cui due persone, più probabilmente due donne, si contendono un paio di scarpe o un qualche capo di abbigliamento. Lo abbiamo visto più di una volta con Carrie Bradshaw in Sex and The City, e sono sicura che cercando su youtube si troveranno veri e propri incontri di wrestling consumati davanti allo stand più succulento. Ecco, ad una persona - uomo o donna che sia - che non nutre un particolare interesse verso le scarpe o che non sa un'acca di moda questo fenomeno non potrà che sembrare inspiegabile. Perché fare ore di fila, sgomitare, litigare, rischiare la vita per un banale oggetto da indossare? Vaglielo a spiegare che si tratta di una giacca di Vivienne Westwood edizione limitata che ora costa l'iradiddio ma prima costava il doppio. Non avrà comunque alcun senso, per l'umano comune, che per quanto ne sa di moda la nonna con le croks fosforescenti spacca.

Ecco, non che io sia invece una patita delle firme, che ci capisca qualcosa delle settimane della moda o che vada in tilt durante i black friday e, più in generale, la moda non c'entra niente con questo post; l'ho utilizzata come argomento introduttivo perché quando penso alle follie che si fanno per qualcosa che ci piace da matti, nella testa mi appare l'immagine di Carrie Bradshaw che picchia qualcuno pur di accaparrarsi le sue adorate Jimmy Choo


Noi lettori, appassionati di libri, abbiamo quanto meno la fortuna di avere una passione relativamente semplice da seguire. Il nostro problema è che il mondo dell'editoria e delle storie pubblicate passate presenti e - non pensiamoci neanche - future è praticamente infinito e dobbiamo vivere con la consapevolezza che la nostra breve vita umana non sarà mai sufficiente per leggere tutto ciò che vorremmo; se riusciamo a venire a patti con questa triste realtà, però, i nostri problemi non sono poi molti: i libri, a meno che non ci mettiamo a cercare prime rarissime edizioni, hanno prezzi accessibili; capita che un titolo da noi desiderato finisca fuori catalogo, però con un po' d'impegno e fortuna quasi sempre si rimedia dal mercato dell'usato; non c'è alcun bisogno di fare a botte nelle librerie, neanche durante i saldi (al massimo, la gente devi picchiarla per portarcela, in libreria). Insomma, la nostra esistenza da bibliofili pare piuttosto tranquilla, vista dall'esterno. Eppure anche noi - più silenziosamente, pacatamente - facciamo le nostre follie a causa di ciò che più amiamo ed è proprio di queste che oggi ho in mente di raccontare. Le piccole o grandi follie che, fino ad oggi, ho fatto per o a causa di un libro. 

Avevo quindici anni ed un'Amica Lettrice (se per caso mi leggi, ciao E.!). Io e l'Amica Lettrice avevamo gusti simili su tantissime cose, opposti su altri. L'Amica Lettrice ad esempio ebbe un'acuta fase vampirismo che a me non sfiorò neanche minimamente; non so se sia stato sull'onda di questa fase o l'attrazione verso la storia d'amore - l'Amica Lettrice era anche molto sentimentale e romantica - fatto sta che iniziò a leggere Twilight di Stephenie Meyer, iniziò a parlarmene tutti i giorni ed io drasticamente dicevo no, ci sono i vampiri e altre cose strane che schifo non lo leggo. Il problema è che io e l'Amica Lettrice, non avendo altri amici lettori, passavamo davvero tantissimo tempo insieme a parlare e fantasticare su ciò che più ci entusiasmava e daje oggi daje domani - come si dice in italiano forbito - ho detto vabbè dai, lo leggo. Sì, perché l'Amica Lettrice era proprio impazzita per questa saga, quanto meno ero curiosa di capire cosa ci fosse dentro, e per Natale mi feci regalare in blocco i tre libri che erano usciti fino ad allora, ovvero Twilight, New Moon ed Eclipse. Ora, i regali li ho scartati il 24 dicembre e la sera stessa iniziai a leggere Twilight; vi posso giurare che il 30 dicembre stavo leggendo l'ultima pagina di Eclipse. La saga della Meyer è stata l'unica che avesse vampiri e licantropi che io abbia mai letto e lo so, lo so, che chiunque apprezzi il genere è schifato dall'idea del vampiro vegetariano, che splende alla luce del sole e altre cose - come dire - particolari che la Meyer si è inventata. Ad una come me, però, che di vampiri e licantropi non m'interessa proprio queste stranezze non diedero alcun fastidio né era la presenza di queste creature che mi seppe tenere incollata alla lettura. In realtà non saprò mai spiegare cos'è che mi appassionò tanto, anche perché probabilmente se riaprissi oggi quei libri troverei insulsa Bella Swan e improbabili i membri della famiglia Cullen (o forse no, chi lo sa). A differenza di molte altre persone però non rinnegherò mai quanto mi siano piaciuti i libri di Stephenie Meyer perché, gente, tenendo presente il target a cui si rivolge ed il genere di letteratura che propone scrive sicuramente meglio di molti altri. La rovina secondo me son stati i film, che sin dalla scelta degli attori mi fecero inorridire, tant'è che non volevo neanche andarli a vedere (fui costretta, ahimè), rendendo il tutto una macchietta, banalizzato dai soliti isterismi che si creano attorno a grandi fenomeni; perché i libri di per sé, almeno letti a quindici anni, avevano una presa enorme sul lettore.
La follia legata alla saga della Meyer, comunque, non è stata leggermi tutti e tre i libri in una settimana, eh no. La follia è stata quando il 2 agosto 2008 è uscito il quarto ed ultimo libro, ovvero Breaking Dawn. Attenzione però, il 2 agosto 2008 usciva in lingua inglese, non si sapeva ancora quando sarebbe arrivata la traduzione italiana. Io e l'Amica Lettrice aspettavamo quel momento da circa due anni. Potevamo, secondo voi, stare ferme con le mani in mano sapendo che esisteva già fisicamente nelle librerie, seppur non nella nostra lingua madre? Dal momento che con l'inglese ce la cavavamo bene - e che, per la curiosità e l'impazienza, l'avremmo tradotto pure dal russo se necessario - abbiamo confabulato e deciso: il 2 agosto andiamo alla Feltrinelli e se lo troviamo lo prendiamo in inglese.
Ora, io ci tengo a sottolineare vari punti. Primo, era il 2 agosto e non sarà stata un'estate torrida come questa ma era pur sempre agosto e faceva caldo, un sacco caldo. Secondo, avevamo quindici anni, nessuna macchina e la Feltrinelli si trovava nella Grande Città, il che significa che dovevamo prendere l'autobus la metro e camminare un sacchissimo ed era agosto e faceva caldo. Terzo, non avevamo neanche l'ombra della certezza di trovare questo benedetto libro, perché è vero che usciva in inglese ma non era detto che il 2 agosto sarebbe già stato esposto anche nelle librerie italiane, perciò poteva anche essere che ci stavamo per fare questo pellegrinaggio totalmente a vuoto (e ripeto: era agosto, faceva caldissimo), infatti durante tutto il tragitto io e l'Amica Lettrice ci guardavamo facendo spallucce dicendoci "tanto non lo troviamo", non per pessimismo, giusto per prevenire la delusione. Invece, dopo ore di viaggio e vari kg evaporati in sudore, arrivammo davanti alle porte della Feltrinelli nella Grande Città. Appena gettammo lo sguardo oltre le vetrate, vedemmo lo stand più bello che avessimo mai visto, tutto pieno di questi mattoncini neri con la scacchiera in copertina. La nostra reazione nell'ordine fu: restare immobili, sgranare gli occhi, prendere fiato, urlare, abbracciarci. La guardia era indecisa se intervenire o meno.


Tornammo a casa sudate e puzzolenti e con le vesciche ai piedi, però con due sorrisi da un orecchio all'altro. Da quella sera stessa iniziammo entrambe a leggerlo, col veto assoluto di non parlarne neanche per sbaglio finché non l'avessimo finito entrambe, perché il rischio spoiler era altissimo ed uno spoiler avrebbe senz'altro posto fine alla nostra amicizia.
Potrete dirmi che non ne valeva proprio la pena, che ci sono tantissime saghe o libri di ben più alto livello rispetto a quella della Meyer; fa niente. Non è che ancora oggi io ci stia sotto chissà quanto. Ne ho semplicemente un bellissimo ricordo adolescenziale, è stata l'unica saga con elementi fantastici che mi abbia coinvolta ed appassionata e l'unica volta in cui sono corsa in libreria il giorno esatto in cui il libro usciva. Consideratelo pure un guilty pleasure, uno scheletro nell'armadio, fatto sta che non me ne pento

Torniamo un po' indietro nel tempo, perché qui frequentavo ancora le scuole medie, la prima per la precisione. Gli anni delle medie sono stati il periodo più oscuro - o quasi - della mia vita, ma guardandomi indietro è stato anche il periodo in cui ho passato in assoluto più tempo fuori casa ed in cui ho frequentato - numericamente parlando - più persone. Avevo tanti amici o presunti tali, ero molto più socievole di adesso e, cercando gli individui con cui davvero divertirmi e trovarmi bene, provavo a stringere amicizia con qualunque tipologia di persona. Ero una ragazzina che metteva tutta se stessa nella costruzione di un'amicizia, il che significa che non appena mi affezionavo un po' scrivevo lettere straripanti i miei sentimenti, che facevo regali, che ero sempre disposta ad aiutare e che prestavo il mio libro preferito. Il mio libro preferito, a quei tempi, era ancora indiscutibilmente Il diario di Anna Frank. Vi ho già accennato diverse volte su come questo libro mi abbia segnata, di come mi rispecchiassi in Anna e nelle sue riflessioni, di come la sua penna mi abbia ispirata a tenere un diario; è stata insomma fondamentale per me sotto diversi aspetti e spesso trovavo conforto nelle sue parole, come fosse un'amica saggia capace di consolarti o tirarti su. Per questo quando conobbi un'"amica" (durò davvero troppo poco per parlare di amicizia) che sembrava avere molto in comune con me, ansie e sogni compresi, decisi di prestarle Il diario di Anna Frank, con tutto che era una vecchia edizione di mia nonna cui ero affezionatissima. Ascoltatemi bene: i libri non si prestano, a meno che non siano familiari o amici talmente stretti che avete le loro chiavi di casa. Quel che accadde con questa specie di amica fu che il libro che le avevo dato con lo stesso pathos con cui mi sarei strappata il cuore dal petto (sì, noi lettori siamo giusto un pizzico melodrammatici) era evidente che lei non lo stesse affatto leggendo, perché al mio chiederle ogni volta che la vedevo: allora? Com'è? Ti sta piacendo?! *-* le sue risposte erano degli imbarazzati sì, dai, è carino... Cosa?! Il diario di Anna Frank è carino?! Le ho dato un po' di tempo, magari le serviva leggerne di più per capirlo... Il problema era che il tempo passava, ma le cose peggioravano: l'amica in questione subì uno di quei cambiamenti drastici incomprensibili ed inspiegabili, che da personcina timida introversa e sfigatella il giorno dopo hai la sigaretta in bocca, limoni con uno che ha la moto ed entri di diritto nel gruppo dei fighissimi. Dell'"amica" a questo punto non poteva fregarmi di meno ma, cavolo, ridammi il mio libro! Glielo chiesi una volta, glielo ricordai la seconda, la terza, di sicuro anche una quarta... ma il mio adoratissimo diario non tornava da me. Secondo voi, potevo accettare una perdita tanto dolorosa? No, ovvio che no. Un bel pomeriggio, dopo la fine della scuola e prima degli allenamenti di pallavolo, mi sono fatta accompagnare da un'Amica Più Fidata. Insieme siamo arrivate davanti alla porta dell'Amica Rapitrice di Libri, suonammo il citofono e poi il campanello; ad aprirci fu sua madre, alla quale chiesi semplicemente: c'è l'Amica Rapitrice di Libri? - Sì, è in camera sua, rispose lei. Io e l'Amica Più Fidata andammo a passo spedito verso la cameretta (per fortuna ero stata in quella casa, un paio di volte) e senza neanche un saluto all'Amica Rapitrice di Libri cominciai a guardarmi intorno in cerca del mio povero Diario di Anna Frank, che giaceva abbandonato su uno scaffale (per fortuna senza segni di maltrattamento). Lo presi, rivolsi un ultimo sguardo all'Amica Rapitrice di Libri - che si era limitata a guardarmi perplessa - ed io e l'Amica Più Fidata ce ne andammo, rivolgendo un cortese saluto alla mamma - che, poverina, non c'entrava nulla.
C'è un motivo, se quando si vuole intimorire qualcuno si dice so dove abiti.

Siccome non mi piaceva il fantasy, un'estate la passai a leggere Le cronache del mondo emerso di Licia Troisi e Le cronache di Narnia di C.S. Lewis, entrambi per intero, due mattoni che non vi dico il peso di tenerli in mano, specie sdraiata sul letto, che se mi avesse ceduto un braccio e mi fossero caduti in faccia mi avrebbero causato un trauma cranico che 'manco Derek Sheperd poteva salvarmi.
La Troisi me l'aveva consigliata la mia compagna di banco di allora che ci stava in fissa, Narnia mi son detta dai, è un classico, proviamoci. Ma direte voi, se non ti piaceva il fantasy che caspita ti metti a leggere due mattonazzi super fantasy? Eh, gente, appunto per quello. L'amore per la letteratura e per i libri era talmente grande che mi sentivo in colpa a non calcolarne proprio una fetta importante, che faceva appassionare come nient'altro molti altri lettori. Era come una terapia d'urto per provare a curare quella parte di me che non accettava elfi, streghe, lotte tra il bene e il male svolte in mondi che non sono questo. Non sono pentita di averci provato, mi dispiace dirvi però che ne sono uscita esattamente come prima: il fantasy non è per me. Ho solo un'ultima speranza, tutta riposta nel maestro Tolkien. Se neanche lui riuscirà nell'impresa, penso che mi limiterò a farmene una ragione.

Altri episodi che possono venirmi in mente son già meno bizzarri e più comuni a qualunque altro appassionato lettore, come quelle volte in cui un libro ti prende talmente tanto che ne leggi metà in un pomeriggio e poi vaghi da una stanza all'altra come un ubriaco, roba che la gente ti parla e tu, nel migliore dei casi, rispondi e agisci col pilota automatico, nel peggiore li guardi con gli occhi sbarrati spaventando a morte il malcapitato, che inizia a chiedersi se sia iniziata l'invasione dei corpi umani da parte di qualche specie aliena.

Ho scritto questo post dopo essermi divertita tanto a rivangare nelle letture d'infanzia col post precedente, soprattutto perché è stato bellissimo leggere i vostri commenti così partecipi e pieni di ricordi. Oggi ero ispirata, volevo proprio scrivere qualcosa, e mi è venuto in mente questo argomento. Non credo ci sia bisogno di sottolinearlo, ma non vedo letteralmente l'ora di scoprire le cose bizzarre, strane, folli che avete fatto voi a causa della vostra passione per i libri (o fumetti!), perciò non esitate a raccontarle nei commenti!


giovedì 3 agosto 2017

Cosa leggevo da Ragazzina?

Diciamoci la verità: noi lettori e lettrici siamo dei curiosoni incorreggibili. Di fatto leggendo ci facciamo un sacco di affari altrui - leggendo entriamo nelle vite degli altri, veri o immaginari che siano i personaggi - e la nostra curiosità si estende volentieri anche alle abitudini libresche dei nostri compagni bibliofili. Siamo persone un po' fuori di testa, che quando a bordo di un mezzo pubblico notano un soggetto con un libro in mano, iniziano a rispolverare qualche vaga nozione di yoga - vista giusto per sbaglio in qualche video su youtube, sai quei pomeriggi che parti da un tutorial per un'acconciatura che volevi farti per la cresima della cuginetta e non si sa mai cosa finisci a vedere, seguendo i suggerimenti - assumendo posizioni improbabili e affatto discrete, tutto solo per riuscire a sbirciare il titolo del libro che lo sconosciuto in questione sta leggendo. No perché metti che sta leggendo proprio il tuo romanzo preferito di sempre. Non succederà assolutamente niente eh, però è pur sempre una gran soddisfazione, roba che ti inorgoglisci manco fossi tu stesso l'autore. E scendi dall'autobus pensando che il mondo tutto sommato è ancora un bel posto, pieno di esseri umani meravigliosi. Perché in fondo noi lettori siamo anche persone semplici (a volte), che gioiscono come bambini delle piccole coincidenze della vita.
E quindi io lo so, che se in un post vi spiattello le passioni della me-lettrice ragazzina - cosa di cui in teoria non potrebbe fregare di meno a nessuno - ve lo leggerete col massimo interesse. Forse.

Allora, la mia situazione era questa. Quando ero alle elementari non è che per casa mia girassero chissà quanti libri; o meglio, c'erano quelli di mia madre, che però non è che a quell'età suscitassero in me alcun interesse. All'epoca non credo ci fossero librerie qui nei dintorni e, per vari motivi con cui non sto a tediarvi, non ci avventuravamo nella Grande Città tutti i giorni. Capitava una volta ogni tanto, tipo per lo shopping pre-natalizio e altre simili Grandi Occasioni. Perciò i libri alla fine me li trovavo davanti soltanto al supermercato. Un supermercato piccolo tra l'altro, che ormai non c'è più, mangiato da supermercati più grandi, che però io non dimenticherò mai perché, per anni, è stato l'unico a fornirmi la principale e più importante fonte di sostentamento: i libri. La cosa andava così (ed è andata così per tutte le elementari ed i primi anni di medie). Io accompagnavo mia madre al suddetto Piccolo Supermercato. Prendevamo il carrello, varcavamo le porte scorrevoli e giravamo a destra, dove iniziava il percorso - e dove per me terminava anche, perché il reparto libri era piazzato lì subito all'ingresso: ciao mà, a dopo! In teoria la accompagnavo per aiutarla, in pratica tempo che io mi ero guardata tutte le copertine e letta tutte le trame sul retro, lei aveva finito e ci ribeccavamo alle casse, dove io domandavo con gli occhioni posso prendere questo? e lei sempre mi rispondeva . Questo gentile consenso sempre accordato dipendeva da almeno quattro fattori: il primo è che ero una brava bambina; secondo, chiedevo di comprare un libro soltanto dopo aver terminato il precedente, perciò mica tutti i giorni; terzo, è risaputo che leggere fa bene, vuoi lasciare la figliola senza lettura? Quarto, i libri che sceglievo - c'erano ancora le lire - costavano poco. E qui veniamo al bello.

I libri che chiedevo a mamma quando facevamo spesa nel Piccolo Supermercato erano tutti della stessa collana: Le Ragazzine della Mondadori. Mi dispiace per Il battello a vapore o I piccoli brividi, che sicuramente avevano un catalogo di tutto rispetto e che io non ho mai degnato di uno sguardo, ma io avevo occhi soltanto per loro, le mie adorate Ragazzine.

Immagine trovata su internet

Vuoi mettere queste copertine così colorate, coi titoli sgargianti, che in cameretta facevano una porca figura? E poi ovviamente non era solo questo, soprattutto dentro le copertine che si vedevano anche al buio, c'erano storie fichissime! E non sto scherzando. La scrittura di tutti questi brevi romanzi era proprio quella che avrebbe emozionato una bambina e pre-adolescente, però erano scritti e tradotti davvero bene. Le trame erano le più disparate: c'erano storie di prime cotte e primi amori, storie che semplicemente raccontavano la vita e le difficoltà della protagonista in cui la piccola lettrice avrebbe potuto facilmente riconoscersi, oppure quelle che preferivo io, le storie d'amicizia. Ne ricordo uno in cui le due protagoniste, migliori amiche dalla nascita, erano costrette a separarsi perché la famiglia di una delle due si trasferiva dall'altra parte del mondo e loro erano costrette a parlarsi solo tramite lettera (e che mica c'era whatsapp). Lo adoravo. Oppure un altro in cui, novità assoluta, c'era il punto di vista di lei e poi ribaltavi il libro e dall'altra parte trovavi la stessa storia secondo lui. Che esaltazione gente, che bello essere piccoli e ingenui.

Però, il mio preferito in assoluto, che ancora oggi ricordo le grasse risate che mi fece fare è lui:
La mia vita è un disastro - nemmeno il mio gatto mi capisce di Louise Rennison. Voi non avete idea delle risate che mi sono fatta seguendo le avventure ed i disagi della strampalata Georgia Nicolson, che minuziosamente scrive il suo diario, aggiornato a più riprese giorno e notte, dove racconta i mille drammi dei suoi tredici anni in una famiglia fuori di testa dove persino il gatto - ciccione - è completamente pazzo (ricordo ancora che si nascondeva dietro le tende e le faceva agguati tremendi, aggredendola alle gambe). La serie su Georgia Nicolson è continuata con molti altri libri, ma il primo secondo me è il più divertente. 
Da quel che ricordo, Georgia raccontava le sue complicate giornate a scuola, le avventure con la migliore amica, il dramma esistenziale causato dalle prime cotte e dal terrore di non trovare mai nell'intera vita un ragazzo. Il tutto era raccontato con ironia, sdrammatizzando le paure che a tredici anni fanno paura davvero ed io, che in Georgia un po' mi ci riconoscevo, leggendo il suo diario un po' mi sentivo meglio. Se mi era successo qualcosa di spiacevole (cosa che alle medie, a scuola, accedeva sin troppo frequentemente) il diario di Georgia mi aiutava a riderci su. Se avete un'amica o parente che si affaccia a quest'età regalateglielo, le darete un'amica spumeggiante su cui contare.

In tutti quegli anni penso di aver collezionato tutti i titoli proposti dal catalogo che erano stati pubblicati fino ad allora. Andavo fierissima della mia collezione, che guardavo assorta con la stessa ammirazione con cui oggi guardo la mia libreria "adulta". Purtroppo non appena imparò a leggere li regalai tutti, in blocco, alla mia sorellina, pensando che le mie amate Ragazzine le avrebbero dato le stesse gioie che avevano dato a me; invece non sono sicura ne abbia mai letto uno, spero soltanto che la mia collezione sia ancora sepolta da qualche parte nella sua cameretta e che un giorno io possa ritrovarla. Il valore affettivo di certe cose non si esaurisce né dimentica facilmente.
Le Ragazzine non mi pare si trovino più nei supermercati, né mi è capitato di vederle in qualche libreria. Facendo ora qualche ricerca però ho visto con grande piacere che su internet si trovano ancora, pare che la gente li compri e da vecchietta sentimentale quale sono mi fa felice pensare che ci siano nuove generazioni di fanciulline cresciute con Georgia Nicolson e le altre.

Adesso però, come minimo, nei commenti dovete raccontarmi cosa leggevate voi, da piccoli.
Scatenatevi.

domenica 30 luglio 2017

Manga | Letture di Luglio

Buona domenica a tutti, lettori e lettrici!
Oggi me ne esco con una tipologia "sperimentale" di post, per la serie vediamo come me la cavo a scriverli, se a voi possono interessare, se insomma hanno un senso; ora che ho iniziato a parlarvi anche di manga non credo che potrò più smettere e, purtroppo per voi, non mi basta commentare un primo numero o aspettare di aver finito una serie per recensirla come si deve... tutti i sentimenti provati nel mezzo dove li lascio, scusate? Dopotutto ho un blog dove riversarli, perché quindi non approfittarne! Mi spiace se le vittime dei miei sproloqui siete sempre e soltanto voi, ma tant'è, questa è la sorte che vi è toccata. E quindi niente, son qui per provare a fare una carrellata delle letture manga affrontate durante il mese (proverò con tutta me stessa a non tirar fuori un papirone che non conosce la parola fine) e potete leggere senza timore perché non farò mai spoiler o, se proprio devo, lo segnalerò prontamente. Cominciamo subito!

Tra giugno e luglio ho recuperato tutti i numeri usciti finora di Bugie d'Aprile, terza opera di Naoshi Arakawa ma la prima che vediamo pubblicata in Italia. I numeri escono mensilmente (ad agosto arriva il sesto), editi da Star Comics al prezzo di 4,90 euro, presentano una sovraccoperta con copertine sempre allegre e colorate che mi piacciono molto. Si tratta di uno shonen (opera indirizzata principalmente ad un pubblico maschile, o con un ragazzo come protagonista) tutto incentrato sulla musica.
Il protagonista è Kousei Arima, un quattordicenne con alle spalle un passato da bambino prodigio del pianoforte. Il suo talento però non era qualcosa di innato e naturale, quanto piuttosto costruito giorno per giorno con costanza, rigidità, severità dalla madre - una ex pianista costretta a rinunciare ai suoi sogni da una malattia, che l'ha condotta alla morte. In seguito alla scomparsa della madre, un giorno Kousei nel bel mezzo di un'esecuzione al pianoforte - per di più durante un importante concorso della sua scuola - smette all'improvviso di suonare, lasciando esterrefatto il pubblico che non sa spiegarsi cosa stia accadendo; né d'altronde può capirlo lo stesso Kousei, il quale da un momento all'altro non riesce più a sentire i suoni del pianoforte, quello strumento sul quale è cresciuto, sul quale ha versato tante lacrime, sul quale fin da bambino era stato basato il senso di tutto. Da quel giorno Kousei aveva smesso di suonare, tornando al pianoforte solo per qualche lavoretto di poco conto; la sua vita era diventata quella di un ragazzo qualunque e lui la prendeva per quel che era, come se andasse bene così. Chi però lo conosce da sempre sa che così non va bene per niente: è il caso di Tsubaki - vicina di casa, compagna di scuola, migliore amica - che assieme a lui ci è cresciuta e sin da quand'erano piccoli ha sempre cercato di spronarlo a buttarsi anche in cose che all'inizio possono fare paura. Certo, i suoi modi possono essere discutibili (come spingerlo giù da un ponte quando erano bambini perché Kousei aveva paura di tuffarsi, lol) ma le sue ragioni ed i suoi intenti sono dei migliori. Tsubaki è vivace, scatenata, un po' maschiaccio, però è anche molto matura, un'osservatrice attenta ed ha capito meglio di chiunque altro i sentimenti di Kousei: Tsubaki infatti non vuole che lui riprenda a suonare a tutti i costi, pretende però che se dice di aver chiuso con la musica che ne sia pienamente convinto. Perché il problema di Kousei è proprio l'esser rimasto bloccato in un limbo, senza la musica ma in qualche modo ancora dentro la musica. E' come un guscio vuoto, che si culla in una serenità apatica. Tsubaki gli rinfaccia di avere gli occhi vuoti: abbiamo quattordici anni, i nostri occhi dovrebbero emanare dei bagliori! gli dice con enfasi.
Per ora ho letto i primi tre numeri e Tsubaki è stata sin dal primo momento il mio personaggio preferito. Non soltanto perché è un po' matta (vi ho già detto che da piccola ha buttato Kousei giù da un ponte?), ma perché è una tosta dalle spalle larghe, che parla poco di sentimenti - piuttosto li sfoga tutti nel baseball, sport in cui eccelle - ma ne prova a bizzeffe; Tsubaki c'è sempre stata con e per Kousei, si prendono cura l'uno dell'altra come un fratello e sorella però chissà che, ora che si affacciano alle porte dell'adolescenza, il loro rapporto possa in qualche modo cambiare.
Un altro che è cresciuto assieme a loro è Watari, un biondino asso della squadra di calcio che riscuote un notevole successo con le ragazze, interesse che lui ricambia abbondantemente. Ha un carattere molto diverso da Kousei, così timido e pacato e che non azzarderebbe mai un gesto avventato, e proprio per questo sa essere per lui un buon amico. All'inizio Watari potrebbe sembrare un personaggio poco interessante, invece gli ho già visto dare ottimi consigli e prodigarsi per aiutare i propri amici. Tra l'altro è grazie al suo fascino se entra in gioco il personaggio chiave della vicenda, ovvero Kaori - la bionda che vedete nelle copertine - una coetanea molto carina e, soprattutto, una talentuosissima violinista. Un talento, il suo, a differenza di quello di Kousei, molto istintivo, spontaneo, quasi selvaggio; Kaori ha studiato e continua a studiare - peraltro nella stessa scuola che ha visto la parabola di Kousei - però è un'artista che non ha paura di uscire dagli schemi imposti da uno spartito né di lasciar uscire tutta la propria energia durante un'esibizione, facendo talvolta inorridire gli accademici ma lasciando sempre senza fiato il pubblico. Per fortuna o disgrazia di Kousei, Kaori decide di volere proprio lui come accompagnatore durante un concorso scolastico e non sente ragioni né accetta un no come risposta; aiutata anche da Tsubaki e Watari, riuscirà a riportare Kousei sullo stesso palco dove tutto era iniziato e finito. Per lui non sarà certo un'esperienza facile o priva di ostacoli e sofferenze, ma segnerà almeno una svolta nel piattume della sua vita.
Kaori è una ragazza travolgente, un'entusiasta, che ama il cibo così come la musica o le cose belle che la circondano. E' un po' irascibile a volte, esplosiva nel bene e nel male e questo carattere focoso lascia Kousei tanto spaventato quanto affascinato. Davanti a lei, al suo modo di fare, di stare per strada così come sul palco, rinunciare e rassegnarsi non pare più una possibilità accettabile. Per quanto almeno al momento preferisco Tsubaki, anche Kaori è un bel personaggio, soprattutto perché nonostante appaia sempre sicura di sé e sembri ammaliare chiunque la incontri, si sono già aperti degli spiragli sulle sue debolezze, e ciò mi fa pensare che ci sia ancora molto altro da scoprire su di lei, e che l'autore ci lascerà entrare nella sua storia in punta di piedi.
I disegni di Naoshi Arakawa mi piacciono molto, li trovo riconoscibili e questo è di per sé un gran pregio. Inoltre mi ha colpita positivamente l'impostazione delle tavole: l'autore si è giocato molto bene questa carta ed usando forme sempre diverse, che si susseguono in modo sempre diverso ha saputo creare in ogni pagina enfasi e movimento, creando per il lettore un'ampia rosa di emozioni. Quando ci sono scene i cui i protagonisti suonano sul palco, ad esempio, i disegni riescono in qualche modo a trasmettere le vibrazioni dell'energia che parte dalle mani dei musicisti e per di più la sensazione trasmessa è diversa a seconda di chi sta suonando. Insomma, c'è tanto pathos così come i dovuti momenti leggeri e divertenti.
Molto belle le tavole con gli alberi di ciliegio a fare da contorno, così come le scene notturne addolcite dai cieli stellati.
Bugie d'Aprile parla sì di musica, ma credo che il concetto possa essere esteso a qualunque grande passione - non a caso hanno spesso spazio anche Watari con le sue vittorie e sconfitte calcistiche e Tsubaki con la sua dedizione al baseball - e le relative contraddizioni che si scatenano nell'animo di chi la prova. Quell'amore-odio verso quel qualcosa che ci fa soffrire come nient'altro al mondo e che, al contempo, ci regala le più grandi soddisfazioni.
Ho già pronti sul comodino i numeri quattro e cinque, che probabilmente divorerò come i precedenti. La lettura è molto scorrevole e spesso alla fine di un capitolo non si resiste dall'andare avanti; sono molto curiosa su come si evolveranno i rapporti tra i personaggi e mi piacerebbe scoprire di più sul passato di Kousei così come, naturalmente, sul suo futuro. Davvero una bella storia, straripante di emozioni, che potrebbe piacere un po' a tutti. Chi ha già visto l'anime dice che si piange un sacco, spero vivamente che saranno lacrime di gioia.

Cambiamo genere con Our Little Sister - Diario di Kamakura di Akimi Yoshida, già affermata e nota nel mondo soprattutto per Banana Fish (che io non ho letto ma ho compreso di dover recuperare, in qualche modo). Si tratta stavolta di un josei (rivolto quindi ad un pubblico di donne/giovani adulte) incentrato su una dolce vicenda familiare. Protagoniste della storia sono le tre sorelle Koda - Sachi, Yoshino e Chika - ed il primo numero si apre con la notizia della morte del padre, che loro non vedevano da ben quindici anni. Nonostante tutto si recano lo stesso nella località termale dove si era da poco trasferito con la terza moglie ed i figli di lei per presenziare al funerale, senza aspettarsi di incontrare qui la loro sorellastra, Suzu Asano, figlia che il padre aveva avuto dalla seconda moglie, ovvero la donna per la quale aveva abbandonato loro ed il tetto coniugale. Suzu ha soltanto tredici anni, ma le sorelle Koda rimangono subito colpite dalla maturità con cui gestisce la situazione, accoglie le persone, consola la vedova che non fa altro che piangere e scaricare responsabilità sugli altri; Suzu è di fatto rimasta orfana, visto che sua madre era già venuta a mancare per una malattia. Le sorelle Koda riescono a passare qualche momento in più sole con Suzu, che le porta in giro per la città, ed al momento di ripartire, prima di salire sul treno, la maggiore - Sachi - la invita ad andare a vivere con loro, se vuole. Proprio un attimo prima che le porte del treno si chiudano, Suzu esclama: vengo! E così ha inizio questa nuova convivenza, che si rivela naturale per tutte. Suzu si inserisce subito nella routine della casa e della città di Kamakura, soprattutto entrando nella squadra mista di calcio - sport cui aveva rinunciato negli ultimi tempi, ma di cui è appassionata ed in cui è molto brava - della sua scuola. Grazie allo sport si fa subito degli amici, in particolar modo Yuya, il capitano, Masa, lo scemotto del gruppo, e Futa, il quale pur essendo il più timido ed impacciato ha dei capitoli interamente dedicati a sé, il che lascia immaginare che rivestirà un ruolo pian piano più importante. Nel secondo numero Suzu si avvicinerà anche a Miporin, l'unica altra ragazza della squadra, una ragazzona grande e grossa che riveste il ruolo di portiere, dalla personalità buona e gentile e molto onesta.
Venendo alle sorelle Koda invece, abbiamo tre personalità diversissime. Sachi fa l'infermiera nell'ospedale della città. Ha i capelli scuri e corti, non è certo una che ha tempo da perdere ad acconciarseli. Ha un carattere serio, severo, a volte brusco; essendo la primogenita, è l'unica che ha molti ricordi dei genitori, ha dovuto sobbarcarsi, pur essendo ancora piccola, i loro problemi e fare da spalla ad una madre debole che, dopo il divorzio, era scappata a rifarsi una vita per i fatti propri lasciando le tre figlie con la nonna. Comprensibilmente Sachi nutre del risentimento verso i genitori, mentre nei confronti delle sorelle si comporta tutt'ora come fosse lei la mamma. La secondogenita, Yoshino, lavora in una banca e gran parte del suo stipendio lo sperpera in bevute e per i bei ragazzi che incontra nei bar, ai quali spesso paga la cena, la sbornia e magari pure il taxi. Ragazzi che per giunta la maggior parte delle volte finiscono con l'imbrogliarla, perché tende a scegliersi tipi poco affidabili. Infine c'è Chika, che lavora in un negozio di articoli sportivi e forse ha una cotta per il suo capo, un tipo bizzarro con una folta capigliatura afro che lei, inspiegabilmente, ha voluto imitare. Chika è la più bonacciona, potremmo dire, delle tre, che si preoccupa per le sorelle maggiori ma non mette mai becco negli affari altrui, a differenza di Sachi e Yoshino che litigano in continuazione.
Ho letto i primi tre numeri e, che dire, adoro questo manga. Si parla di relazioni familiari, di amicizia e di relazioni sentimentali, sia in versione più problematica ed adulta - tramite Sachi - sia in versione più leggera ma non meno complicata tramite Suzu. I disegni di Akimi Yoshida non mi hanno fatta impazzire al primo colpo d'occhio, ma appena mi sono addentrata nella storia e per le strade di Kamakura ho imparato ad adorarlo. Le atmosfere son sempre delicate, i toni variano moltissimo dal serio, al comico, al profondo, alla spensieratezza di una passeggiata in mezzo al verde - già, perché in questo manga la natura ha moltissimo spazio e questa è un'altra caratteristica che mi sta piacendo tanto. Ad agosto uscirà il quinto numero (spero di recuperare il quarto nel frattempo!). Tra l'altro è davvero una perfetta lettura estiva, sedersi fuori nel tardo pomeriggio quando la temperatura scende un po' e le cicale fanno da sottofondo è un vero piacere, perché anche a Kamakura per il momento è estate e la colonna sonora è il frin frin delle cicale.

Veniamo poi ad un primo numero che è piaciuto a chiunque l'abbia acquistato: Come dopo la pioggia di Jun Mayuzuki. Io non ho letto neanche la trama, ho avuto un colpo di fulmine con la copertina ed anche il titolo mi piaceva molto e l'ho preso così, a scatola chiusa. E non me ne sono affatto pentita, perché appena ho sfogliato le pagine sono rimasta a bocca aperta per la bellezza dei disegni, che per mio gusto personale sono praticamente la perfezione. Come dopo la pioggia è la prima opera di Mayuzuki, uscita in Giappone nel 2014 e si tratta di un seinen. La protagonista è Tachibana, una diciassettenne bellissima dal carattere un po' introverso ed all'apparenza fredda e scostante. C'è più di un ragazzo che nutre dell'interesse per lei - in particolar modo un compagno di scuola innamorato perso - ma lei non li calcola proprio, come si suol dire, ed ha invece una gran cotta per il suo capo, il proprietario del family restaurant dove lei lavora part-time. L'uomo in questione è l'ultima persona al mondo che si penserebbe possa destare l'attenzione di una ragazza giovane e bella come Tachibana: è un uomo di mezza età dotato di nessun particolare fascino, agli occhi degli altri è un mezzo fallito, un tipo privo di carisma e di personalità, troppo accondiscendente e servizievole. Tachibana invece vede in lui la gentilezza, la dolcezza, la bontà e probabilmente quell'aria impacciata a lei fa ancora più tenerezza. Come può tra due persone così diverse e lontane nascere un legame sentimentale? Questa è la domanda che sembra porre questa storia e neanche pone troppo tempo in mezzo perché Tachibana, con un coraggio non indifferente, si dichiara e visto che lui non capisce la prima volta lo fa anche una seconda. Il primo numero è letteralmente volato, una lettura sin troppo piacevole sia per i disegni che per la storia in sé e, come tutti gli altri che l'hanno acquistato, non vedo l'ora che esca il secondo numero, e meno male che agosto è vicino!

Fatemi sapere nei commenti se state leggendo o qualcuna di queste serie o se vi attirano :)
A presto!